domenica 23 marzo 2008

SINDACO, DIMETTITI!!! Un'analisi di carattere socio-linguistica. Prima parte.

Vorrei cimentarmi con un’analisi di carattere socio-linguistico sui manifesti e volantini politici venosini. L’obiettivo è quello di far emergere gli elementi culturali sottostanti a tali testi per cercarne soprattutto la continuità con la cultura più generale che contraddistingue diffusi modi di pensare e di agire presenti nella nostra società. Per forza di cose, nel condurre “analisi culturali” di una certa sostanza, si è anche polemici. Negli ultimi tempi la vis polemica delle mie analisi culturali ha fatto sì che venissi momentaneamente escluso dalle discussioni che si tengono in un forum venosino on line. Spero che queste analisi non mi portino altri guai.

Comincio con un manifesto di questi giorni dal titolo: SINDACO, DIMETTITI !!!

Il manifesto è sostanzialmente suddiviso in tre parti. Una parte introduttiva (difensiva), in cui si rimandano al mittente alcune accuse che poi vedremo. Una parte centrale in cui si argomenta sul perché si richiedono le dimissioni del sindaco (cioè si passa dalla difesa all’attacco). Una parte finale in cui si chiedono appunto le dimissioni del primo cittadino venosino (la controffensiva finisce con la stoccata conclusiva).

Da un punto di vista contenutistico ciò che convince meno è proprio la parte introduttiva. La riporto integralmente. Il grassetto è mio e mi serve per evidenziare punti su cui focalizzerò l’attenzione.

Nei giorni scorsi sui quotidiani locali sono apparsi articoli che accusavano i consiglieri comunali Dileo, Dinapoli, Brunetti e Prosperato di inaffidabilità politica e di tradire il mandato elettorale. Il consigliere Dileo è stato tacciato di avere avuto “ambigui trascorsi politici”. Non intendiamo fare polemica e rispondere pan per focaccia a queste affermazioni, ma ci interessa rilevare solo un dato politico importante: è già dall’agosto del 2007 che questa amministrazione non ha più maggioranza politica! Oggi, il Sindaco Castelgrande mantiene la sua maggioranza numerica solo perché appoggiato da un undicesimo consigliere. Luigi Russo, anche lui eletto nella lista del consigliere Dileo.
Caro Sindaco, non è forse Luigi Russo quello che ha avuto realmente “ambigui trascorsi politici”? Vogliamo chiederci perché è saltato sul carro dei vincitori? Quali le motivazioni politiche? Cosa si aspetta di ottenere da questa amministrazione oramai ridotta all’anarchia politica? Ma il problema è ancora più grave e non riguarda solo il consigliere Russo.


Il manifesto è a firma proprio dei quattro consiglieri appena citati. Se è a firma loro perché usano la forma impersonale “accusavano i consiglieri comunali” ? Perché poi riprendere una forma “personale” : “non intendiamo fare polemica” ? E’ affascinante questo passaggio dalla terza persona plurale alla prima persona plurale. Quasi a voler prendere le distanze quando si parla delle accuse ricevute (quindi l’uso della terza persona plurale) e a voler invece ri-impadronirsi della prima persona plurale nel momento in cui si passa alla controffensiva. Personalmente io avrei usato la prima persona plurale sin dall’inizio perché se si è nel “campo di battaglia” bisogna esserci interamente ed integralmente da subito tenendo così alta la tensione emotiva, umana e drammatica sin dalle prime battute.

Ma l’aspetto più interessante di questa parte introduttiva sta nel contenuto del “non intendiamo fare polemica” . In realtà il manifesto è stato scritto proprio per fare polemica. Non solo. Nel manifesto si risponde proprio “pan per focaccia” . Cioè si controbatte ad un’accusa con un’altra accusa e poi si rincara la dose. Si usa quindi la tecnica retorica (“retorica” nel senso originario del vocabolo) più antica del mondo: contro-accusa, rincaro della dose, stoccata finale.

Perché premettere di non voler fare polemica? Un elemento culturale molto diffuso nella nostra società è quello di pensare che se si nega qualcosa in modo esplicito (premesso che non sono fascista, premesso che non sono razzista, premesso che sono contro la guerra, premesso che non voglio far polemica…) poi si può “tranquillamente” affermare ciò che si è negato come se invece non lo si stesse affermando. Cioè se io (io generico) dico premesso che non sono fascista e subito dopo affermo che ci vorrebbe uno come Mussolini per risolvere i problemi della società, mi sento al riparo dall’accusa di essere considerato fascista.

Ma nel caso del “non intendiamo fare polemica” emerge un altro elemento della cultura della nostra società: considerare in modo negativo le polemiche. Le polemiche non sono un elemento negativo in sé. Lo sono se di cattiva qualità, se irrilevanti, se non sostanziali. Ma la cattiva qualità, l’irrilevanza e la non sostanzialità sono caratteristiche con cui bisognerebbe giudicare in modo negativo anche un ragionamento sereno. Per quanto mi riguarda, sono proprio strutturalmente incapace di discutere su un argomento senza finire in una polemica. E ne vado fiero. Significa che c’è della materia viva nella discussione alla quale sto partecipando. Quindi, il mio è un invito a non temere di far polemiche. Inoltre, credo che sia proprio il negare di voler far polemiche che produce nella nostra società un altissimo numero di polemiche inutili. Perché io (io generico) nego di volerle fare, poi quindi le faccio e non mi concentro sulla qualità della polemica, sull’intelligenza delle affermazioni perché è come se non stessi facendo nessuna polemica. Lo so, può sembrare un pensiero contorto ma se si capisce quello che intendo dire, credo si capisca anche perché ritengo causa delle numerose polemiche proprio il fatto di considerare in astratto le polemiche un elemento negativo.

Nei prossimi giorni continuo l’analisi del manifesto. Concludo sottolineando come all’accusa degli “ambigui trascorsi politici” non si risponde dimostrando l’infondatezza della stessa, ma contro-accusando di “ambigui trascorsi politici” una persona ora vicina al sindaco. Come scritto sopra, si è risposto proprio “pan per focaccia”.

Davvero un ultimo pensiero. Chi non conosce i fatti non si raccapezzerebbe leggendo che il manifesto è anche a firma del consigliere Dileo che è uno degli accusati e che la contro-accusa è rivolta al consigliere Russo che è stato eletto nella lista del consigliere Dileo. Vi assicuro che chi non sa, leggendo questa cosa, potrebbe accusare un forte mal di testa. Cosa intendo dire? A chi si rivolgono questi manifesti, a chi sa o a chi non sa? Questa è la domanda su cui mi soffermerò nella seconda parte in cui analizzerò la parte centrale del manifesto, quella che è anticipata da un elemento narrativo di suspense che si dipinge di giallo e quindi evidenzio in grassetto: “ma il problema è ancora più grave e non riguarda solo il consigliere Russo.” (se fosse un film, qui partirebbe un TA-TA-TA-TA). Mi si perdoni l'ironia.

Alla prossima.

venerdì 1 febbraio 2008

I vicerè di R. Faenza

In genere non amo fare recensioni di film appena visti al cinema perché una recensione seria è un'analisi seria, elaborata e approfondita del film in tutti i suoi aspetti formali e contenutistici, e quindi bisognerebbe riflettere sul film per un po' di tempo, magari rivederlo, informarsi e poi scrivere. Quindi solo pochi film appena usciti al cinema mi spingono, perché meritano, a fare questo lavoro. Per tutti gli altri mi limito ad un breve commento orale con i miei amici.

Se sono qui a scrivere su un film appena visto al cinema è per motivi che vanno al di là del valore del film in sé. Ne scrivo perché vorrei denunciare l'appiattimento della percezione delle cose, della realtà, delle emozioni inculcataci dalla televisione.

Il film di Faenza è terribilmente televisivo. Per Faenza così come per la televisione, se un padre imbronciato dà uno schiaffo ad un figlio che non segue i suoi rigidi e autoritari insegnamenti (il film non va per il sottile ci mostra subito nella prima scena il bambino che cammina in ginocchio perché si deve formare il carattere) allora si è costruito un rapporto padre (cattivo, autoritario) -figlio (sensibile, ribelle). Il figlio sensibile, ribelle lo si manda in un collegio-monastero. E noi spettatori già sappiamo che i collegi-monasteri sono una "faccenda dura" e quindi il film non fa altro che alimentare qeusta nostra idea con una-due scene (non di più, tra l'altro scontate, denotative e affatto incisive) in cui si fa vedere il mostruoso collegio-monastero. Il rapporto di amicizia tra il protagonista (il figlio sensibile, ribelle) e il suo amico Giovannino è appena fatto vedere ma è dato per scontato che i due siano amici e legati tra di loro. Stessa cosa con il rapporto tra il protagonista e la madre, il protagonista e la sorella, il protagonista e il servo che lo accudisce. Tutti rapporti che sono già così prima del film (cioè a priori) nella mente dello spettatore e che il film quindi si limita solo a costruire con una o due scene e poi quel rapporto è dato. La cosa più terribile è che poi il fim pretende pure che noi spettatori ci commuoviamo quando vediamo il monastero in rovina e il parroco che, legato ad esso, ci è rimasto dentro e che mostra ai ragazzi dove dormivano (ma se nel film ci hanno fatto vedere i ragazzi nel monastero per soli cinque minuti!!!!!!). E tale commozione ci è richiesta anche tante altre volte nel film ma sempre in modo pretestuoso. Ovviamente poi il tutto è condito con un'infinità di stereotipi e con spunti narrativi davvero imbarazzanti (ad esempio, il bimbo che "entra" nelle scene, dandone sviluppo, spiando sempre da tutte le parti e con tutti i mezzi con cui si possa farlo. Oppure mi riferisco alla gratuità narrativa, cioè al modo inconsistente in cui sono costruite le scene di impatto emotivo del film).

Poi se a questi personaggi si mettono addosso dei costumi ottocentesci e li si fa muovere in spazi scenograficamente ottocenteschi allora gli autori del film pensano (malamente) di aver inserito il tutto in un contesto storico e di aver fatto un film storico.

Lo dico con estrema decisione. Il cinema, fatto così, diventa immorale. Il cinema deve aiutarci a vedere la complessità della realtà, ad uscire dai nostri schemi mentali. Il cinema deve farci vedere come nascono e si sviluppano i rapporti tra le persone, le dinamiche sociali, le emozioni dei singoli individui. Se il cinema illustra senza raccontare, mostra senza rappresentare, fotografa senza dare vita, allora rimane in superficie e non va in profondità, cioè non è cinema ma è televisione. Ed è troppo facile parlare male di televisione attaccando i reality. Quelli sono solo la parte più evidente, più esposta (se mi è consentito il termine) dell'orrore televisivo. La parte più subdola, e quindi più immorale e pericolosa, dell'orrore televisivo (consentitemi la ripetizione dell'espressione), è costituita proprio dalle tante fiction che abituano il nostro sguardo a non essere critico, a non elaborare la realtà ma a prenderla così come è. Tutto ciò che alimenta la superficialità (nel senso proprio di rimanere in superficie), la piattezza, la inconsistenza, è immorale.

PS: Troppo scontato consigliare la visione del Gattopardo. Per capire cosa significa raccontare la storia, le dinamiche sociali, i personaggi e la loro complessità si veda quel capolavoro enorme che è Barry Lindon di Kubrick. Per chi vuol capire invece cosa significa raccontare (cioè elaborare con scene, spunti narrativi, dialoghi, sguardi, ecc. ecc. e senza dare niente per scontato e senza facili pateticismi) un rapporto di amicizia tra ragazzi e la realtà di un collegio, si veda Arrivederci ragazzi di L. Malle. Ma sono solo i primi film che mi sono venuti in mente e direi che mi sono venuti anche ingiustamente in mente vista la sproporzione tra loro e il filmettino televisivo di Faenza.

venerdì 18 gennaio 2008

Proiezioni dal mondo


Sembra il programma di un festival internazionale la rassegna di film prevista per il 3° cineforum, organizzato dal Centro di Aggregazione Giovanile e dal movimento culturale il Tarlo, che si terrà a Venosa al Cinema Lovaglio dal 15 febbraio a fine marzo. Sono in rassegna cinque film che provengono dal di fuori dei confini italiani, dalla Turchia (Ai confini del Paradiso), dal Medio Oriente (Caramel e Meduse), dagli Stati Uniti (Paranoid Park), dal Canada (L’età barbarica) ed un film italiano girato nel materano (Il rabdomante). Tre di queste pellicole (Meduse, Ai confini del Paradiso, Paranoid Park) hanno anche ottenuto prestigiosi premi nell’ultima edizione del festival di Cannes. Caramel concorre per il titolo di Oscar come miglior film straniero.

Caramel è un film corale al femminile ambientato in una Beirut a metà tra tradizione e modernità. La regia non lascia tracce particolarmente significative, la sceneggiatura è invece molto delicata (pur con dei momenti non proprio a fuoco). Nel complesso il film è in grado di toccare le emozioni dello spettatore.

Ai confini del Paradiso è l’opera seconda di Fatih Akin autore del fortunato (sia come successo di pubblico che di critica) La sposa turca. Alcuni hanno trovato eccessivamente melodrammatico questo nuovo lavoro del regista tedesco di origini turche, altri hanno evidenziato l’artificiosità degli incastri narrativi. Chi scrive ritiene invece che il film di Akin ha dei momenti di intensità emotiva molto profondi e molto veri, e si tratta di quella verità che trascende il concetto di verosimiglianza sia a livello narrativo che psicologico.

Meduse è il gioiellino della rassegna. Un piccolo film che parla di sentimenti in modo semplice ma raffinatissimo. Il tutto attraversato da un’atmosfera magica, fiabesca più che surreale.

Paranoid Park è un parco di Portland (Oregon) in cui i ragazzi s’incontrano per fare skateboard. Gus Van Sant lo dipinge come un luogo interiore più che fisico e tutte le vicende che accadono sono rappresentate così come percepite a livello emotivo e mentale dal ragazzo protagonista del film.

L’età barbarica di Dennys Arcand è l’ultimo tassello del puzzle che il regista canadese ha cominciato a comporre con Il declino dell’impero americano e Le invasioni barbariche, per parlarci della sua visione sociale e morale del mondo contemporaneo.

Il rabdomante è stato girato in Basilicata a Matera e dintorni. E’ un film apprezzabile per il tentativo di mescolare diversi generi. E’ una storia di amicizia, di fratellanza, d’amore. Lo abbiamo scelto anche perché affronta il problema dell’acqua come bene comune, problema su cui vorremmo soffermarci a discutere.

Ad ogni film seguirà un dibattito all’interno del quale si analizzeranno e si approfondiranno gli elementi contenutistici e formali del film.

Obiettivo primario di una rassegna è quello di farsi ricordare. Ci auguriamo quindi che lo sguardo sulla realtà, su noi stessi, in seguito al percorso di film proposto, ne esca arricchito se non addirittura rinnovato.

giovedì 3 gennaio 2008

Sono soddisfatto

Sento di aver vinto la scommessa.

Ho voluto produrre un cortometraggio dal nome "La fine del mondo", scritto da Fabio Divietri e diretto da Tiziano Doria, con l'idea di vincere alcune sfide.

1. Trasporre in forma breve i canoni narrativi tradizionali del lungometraggio. Mi piaceva l'idea di creare tra il lungometraggio e il cortometraggio lo stesso rapporto che c'è tra romanzo e racconto. Un'idea affascinante ma allo stesso tempo molto complicata. I lungometraggi sono in genere costituiti da una parte iniziale, due punti di svolta narrativi, una parte centrale tra questi due punti di svolta, una parte finale dopo il secondo punto di svolta e poi il finale vero e proprio. I lungometraggi si prendono tutto il tempo (in genere la prima mezz'ora di film) per costruire ambientazioni, personaggi e per far partire la prima svolta narrativa del film. In un cortometraggio ti giochi tutto invece nei primi minuti. Poi i lungometraggi spesso soffrono nella parte centrale, cioè quando dalla prima svolta narrativa si deve passare alla seconda. In questa parte i lungometraggi diventano farraginosi e banali perché in genere per tenere in piedi la parte centrale ci si rifa a tutta una serie di canoni narrativi o di costruzione dei personaggi molto scontati. Il cortometraggio invece ha la forza di poter essere snello nella parte centrale tra i due punti di svolta e ti puoi giocare la narrazione su pochi spunti ma forti ed essenziali. Molti lungometraggi crollano dopo il secondo punto di svolta narrativo perché non riescono ad imprimere una vera e propria svolta o al personaggio o alla narrazione, oppure perché ci si perde troppo nella narrazione perdendo il controllo dell'atmosfera e dello spessore "tematico" del film. Credo che con il nostro cortometraggio abbiamo stravinto la sfida dal primo punto di svolta in poi e ci siamo mantenuti a galla nella parte iniziale. Quindi non posso che essere soddisfatto.

2. Stilisticamente abbiamo voluto fare un noir, con dei canoni narrativi tipici del noir ed anche con la fotografia e le ambientazioni tipiche da noir, ma con una regia di stampo europeo. Se ne parlo con qualcuno che ne capisce di cinema mi prende per matto perché abbiamo tentato un'operazione stilistica estrema. Secondo me, anche in questo caso, la sfida è stata stravinta. Abbiamo eliminato gran parte del pathos narrativo tipico dei noir, concentrandolo solo sui punti di svolta. Purtroppo la lentezza del film affascina un po' meno il grande pubblico però credo che chiunque, anche ritenendo eccessivamente lento il film, rimanga con la curiosità di vedere come si svolgono i fatti.

3. Abbiamo usato un linguaggio "letterario" ed abbiamo optato per una verbosità che doveva essere integrata con quello che si vede ma allo stesso tempo doveva "viaggiare" parallelamente a ciò che si vede, con il preciso intento di contribuire a rendere il film al di fuori del tempo e dello spazio e di farne una riflessione esistenziale universale. Certo di primo acchito può apparire come un'opera verbosa ma a me il risultato convince. Lo dico in punta di piedi, la verbosità del corto mi ricorda a tratti "La sottile linea rossa". Comunque sia, anche questa è stata una sfida. Usare il tipico linguaggio da noir avrebbe reso l'opera più banale.

4. Il cortometraggio è lontanissimo da quel provincialismo italiano di cui soffre gran parte del nostro cinema. Nonostante l'accento lucano con cui recitano gli attori, il corto si vive come un'opera non collocabile nello spazio e nel tempo.

E' un'opera prima, e quindi si porta dietro le ingenuità e le imprecisioni da opera prima, ma nel complesso mi ritengo molto soddisfatto e già desideroso di lanciarmi in un nuovo progetto.

Vi aspetto venerdì 4 gennaio alle 21.00 in via Toscana, 6, per la proiezione della prima.

mercoledì 5 dicembre 2007

Spazi pubblici attrezzati.

Sedici anni fa lo chiamavamo centro sociale ed io scrissi anche un volantino dove chiedevamo a gran voce la sua realizzazione. Oggi abbiamo preferito l’espressione spazi pubblici. Ed è giusto così. Centro sociale può dare adito all’idea che la socializzazione sia una “cosa” da fare in un posto ben preciso. Io invece credo che ovunque si debba socializzare. Immagino non solo centri sociali, ma anche periferie sociali, una scuola sociale, una chiesa sociale, la famiglia sociale, ed anche il bar, la piazza, lo stadio sono “centri sociali”. Perché no, pure la fila alla posta è un momento di socializzazione. Ogni volta che noi interagiamo con gli altri (con i professori, il prete, i genitori, gli amici ecc.) bisogna vivere tale interazione come un momento di socializzazione. Poi è importante far crescere in noi la componente individuale che deve sempre rimanere viva. Cioè l’individuo cresce nella socializzazione, gode della socializzazione senza però mai annullare la propria individualità.
Quindi non mi piace l’idea di centro sociale come luogo specificamente adibito alla socializzazione o alla socialità, che dir si voglia, quasi a voler sostenere che al di fuori di esso è la componente individuale a prevalere. Meglio l’espressione spazi pubblici, ed aggiungerei l’attributo “attrezzati”. Spazi pubblici attrezzati. Nell’interagire tra di noi, abbiamo bisogno di condividere interessi, passioni, argomenti su cui discutere. Avere un posto, ad esempio, dove ascoltare e poter fare musica permette appunto di condividere interessi, passioni ed argomenti su cui discutere. Ed è questo il motivo per cui ci devono esserci questi spazi. Non mi piace l’idea che bisogna mettere su questi posti per combattere il disagio giovanile o la noia. Voler stare insieme per condividere interessi, passioni ed argomenti su cui discutere è forse una delle cose più belle della vita. E’ la gioia in sé del voler stare insieme che ci deve far sentire l’esigenza di incontrarci. E’ molto triste pensare di voler fare una cosa per combatterne un’altra, come voler stare insieme per combattere la noia. E’ molto più bello, a parer mio, voler fare una cosa per la bellezza in sé di quello che si sta facendo. E’ bello voler stare insieme semplicemente perché è bello stare insieme. Poi se il disagio giovanile diminuisce bisogna considerarlo come una conseguenza. Inoltre, sono abbastanza convinto che i vari “disagi”, e quindi non solo quello giovanile, abbiano più facilità di germogliare proprio lì dove è presente una mentalità piuttosto deprimente che vuole che noi facciamo le cose per tappare dei buchi, per risolvere problemi, appunto per combattere qualcos’altro. Va bene pensarla in questo modo se dobbiamo fare delle cose necessarie. Potrei ritrovarmi a fare un lavoro che non mi piace ma farlo lo stesso perché ho bisogno di soldi per vivere. Ma pensare che dovrei voler sentire l’esigenza di stare insieme perché altrimenti starei tutto il tempo in un bar a bere birra, mi deprime come idea. Ripeto, voler stare insieme per condividere passioni, interessi e argomenti su cui discutere, è una cosa bellissima in sé, una delle cose più belle della vita.
Infine vorrei porre l’accento su un elemento affettivo. Ci si lamenta che i giovani tendono sempre di più ad abbandonare il paese per cercare prospettive altrove. La causa dell’emigrazione è da imputare soprattutto alle possibilità lavorative che nel nostro paese sono sempre più scarse. Ma a parer mio tutto ciò avviene anche perché per voler rimanere in un posto, noi dobbiamo sentire che quel posto ci appartiene. “Riempiendo” il nostro paese di “motivazioni” da dare ai più giovani per amarlo, i più giovani sentiranno sempre di più di dare il loro contributo affinché ci si metta attorno ad un tavolo e si cerchino di individuare le strade lavorative che permettano di avere una possibilità concreta per restare.

martedì 16 ottobre 2007

La scuola, secondo me

Questa è la mia ricetta per migliorare la scuola.

Obiettivo.
Mi porrei come obiettivo che i ragazzi finite le scuole superiori sapessero almeno le nozioni di storia, di geografia, di matematica, di letteratura ecc. che attualmente s'imparano nelle scuole medie inferiori. Considerando la dilagante ignoranza degli studenti (sia di quelli bravi che degli asini), la scuola sta fallendo nel raggiungimento dell'obiettivo primario di trasmissione della conoscenza. E per giustificare questo totale fallimento la scuola ha escogitato di ricorrere al concetto della "forma mentis". Cioè non è importante sapere ma è importante essersi formati una forma mentis, avere acquisito il metodo. Che idiozia! Si va a scuola per 13 anni, si dedicano alla scuola (compresi i compiti) decine di migliaia di ore, per formarsi la forma mentis? O per aver acquisito un metodo? (anche giocando a scacchi o facendo i cruciverba si acquisisce un meotodo). La verità è che se si finiscono gli studi superiori senza nemmeno sapere le cose che s'imparano alle scuole medie inferiori, per quanto mi riguarda la scuola non può essere considerata una cosa seria ma una colossale pagliacciata purtroppo utile solo per poter fare l'università (e lasciamo stare il discorso università) o per avere un diploma riconosciuto sulla carta spendibile nel mondo del lavoro.

Cosa s'impara oggi dopo 13 anni di scuola? A scrivere (il minimo ovviamente, la maggior parte delle persone fa errori imbarazzanti), leggere (pratica utilizzata essenzialmente per i menù dei ristoranti, per le etichette degli ascensori quando lo si prende in compagnia, per i titoli dei giornali e per gli articoli di gossip). Qualcuno impara un po' di matematica, di ragioneria (insomma un po' di linguaggi tecnici). Ma solo una minoranza di studenti impara i linguaggi tecnici ed infatti sono talmente rari che spesso sono chiamati geni. Qualcun altro impara a giocare con le versioni di latino e greco per acquisire il famoso metodo. Infine un po' tutti acquisiscono una serie di nozioni (direi più che altro di sensazioni) sparse e vaghe. Pardon, si acquisisce anche la forma mentis. Chi avesse acquisito veramente la forma mentis si considererebbe una merda di persona per il fatto che dopo 13 anni di scuola, dopo 13 anni di studio, rimane in sostanza un emerito ignorante.

Quindi cosa farei:

1. ridurrei drasticamente le ore di scuola. Se proprio bisogna andare tutte quelle ore a scuola per far stare insieme tra di loro i ragazzi e per dar da mangiare ai professori, allora aumenterei le passeggiate, le gite, i giochi, i laboratori, la visione di film, ecc. ecc.
2. farei studiare storia, geografia, letteratura ecc. dalle scuole superiori verso i 15-16 anni con i libri che oggi si usano per le scuole medie inferiori.
3. fino a 15-16 anni insegnerei solo cose tecniche come scrivere, leggere, la grammatica, la matematica, le lingue. Insegnerei queste cose fino a quando le imparano veramente. Come scritto al punto 2, non insegnerei quelle materie ma dedicherei tanto tempo per trasmettere l'esigenza di sapere la storia o la geografia e così via. Anche se sono sicuro che se la scuola non massacrasse i ragazzi sin da quando hanno 8 anni, tutti avrebbero l'interesse nei confroni della storia o della geografia. Come si fa a non essere interessati a sapere come si vive in Giappone o che si faceva 500 anni fa? E se non lo si è non ci dovrebbe volere molto a suscitare questo interesse. Invece la scuola massacra qualunque interesse invece di suscitarlo.
4. ridurrei drasticamente i compiti per lasciare i ragazzi più liberi di instaurare rapporti nella comunità in cui vivono senza lo stress dei compiti.
5. rispetterei il diritto al riposo del week-end eliminando i compiti il sabato e la domenica.

Conclusioni.
Studiare la storia, la geografia, la letteratua, l'arte, la filosofia, voler imparare a conoscere gli strumenti con cui i ragionieri predispongono i bilanci o le fabbriche producono pezzi, sono cose talmente belle ed entusiasmanti che spero davvero che un mio futuro figlio sarà quel pochino sensibile ed intelligente da dovermi evitare di usare la terribile espressione: prima fai i compiti e poi fai quello che ti pare. (mi piangerebbe il cuore impedirgli di fargli fare quello che gli pare) La verità è che spesso genitori ed insegnanti sono i primi a cui non gliene frega niente della storia, della geografia, della letteratura ecc. e quindi viene loro difficile convincere un ragazzo (che in genere è pieno di vita) a studiare solo perché un giorno potrà avere un titolo. Se un insegnante invece ama la sua materia, è felice di sapere le cose che sa e quindi difficilmente un ragazzo rimane insensibile, perché il ragazzo vede che la persona di fronte a lui sta bene e quindi anche lui vorrebbe stare bene.

mercoledì 10 ottobre 2007

Il piacere di essere informati

Aumentare gli spazi di informazione e di conoscenza è uno degli obiettivi fondamentali che ci proponiamo di raggiungere con il Tarlo. Siamo convinti che l'informazione sia uno strumento fondamentale per colmare il divario tra le nostre coscienze e la realtà. Solo colmando questo divario le nostre coscienze possono uscire dalla vaghezza e difendersi dalla propaganda.

Provo a spiegare il pensiero appena enunciato in modo più diretto.

Ritengo sia molto triste vedere telegiornali o leggere i giornali, e venire impallinati da tante notizie perché non si ha un background culturale (che si forma anche sulla base delle informazioni, della conoscenza dei fatti) sufficiente a far sì che quelle notizie siano filtrate dalla nostra coscienza.

Ed infatti, a parer mio ancor più importante dell'obiettivo di fare informazione, è quello di stimolare l'esigenza, il desiderio, il piacere di essere informati. Più siamo informati e meno veniamo impallinati dai media, dalle chiacchiere da bar, dall'amico che ne sa sempre di più. A furia di venire impallinati si rischia anche di rincoglionirsi.

Inoltre bisogna sapere che l'essere umano si trova a proprio agio con se stesso e con gli altri nel momento in cui riesce a parlare delle cose con cognizione di causa, cioè è appagato perché parla di qualcosa che conosce.

Perché alle persone piace parlare di calcio o di soap opere o di reality? Perché sono informate, perché sentono di poterne parlare con cognizione di causa.

Quindi se c'informassimo anche sulle vicende di politica interna e politica estera, su come e perché a livello locale si prendono certe decisioni, sul perché si fanno le manovre finanziarie o sul perché la borsa scende e sale, col passar del tempo ci sentiremmo da un punto di vista sociale più consapevoli e da un punto di vista umano meno rincoglioniti e più appagati, cioè più sereni e direi addirittura più felici.

Venerdì 12 ottobre in Piazza Castello alle 18.00 il Tarlo organizza un pubblico dibattito sulla questione nuove autorizzazioni per ricerca ed estrazioni petrolifere in Basilicata.

http://iltarlo.wordpress.com/

mercoledì 3 ottobre 2007

In famiglia siamo pochi

( riporto su Diario Venosino questo post "politico" che ho proposto un po' di tempo fa sul mio blog eyeswideopen.splinder.com )

Questa volta ha vinto Tiziano. I Baustelle hanno effettivamente un debito nei confronti dei Virginiana Miller. Soffro quando devo ammettere di avere torto, però mentre ascoltavo un brano dei Virginiana Miller ho pensato che fosse un pezzo dei Baustelle che non conoscevo, quindi direi che trattasi di prova inconfutabile.
Continuo a pensare a chi ha ragione e a chi ha torto, a chi vince e a chi perde, e nel frattempo prendo il tagliando dal distributore del casello autostradale, ingrano la marcia e mi viene in mente che sin da quando ero ragazzino mi sarebbe piaciuto vincere le elezioni del paese (con la p minuscola) e fare l’assessore alla cultura. In effetti, se mi candidassi vincerei sicuramente perché non c’è nessun motivo per cui le persone non dovrebbero votarmi. Tanto per cominciare in famiglia siamo pochi e quei pochi lavoriamo tutti, quindi non avrei nessuno da sistemare. Poi in paese non mi conosce nessuno e quindi nessuno mi chiederebbe favori. E anch’io non conosco nessuno e quindi non avrei nessuno a cui fare favori. Inoltre eviterei che attorno mi si formasse un branco di seguaci-lecchini, primo perché non mi piacerebbe fare il capo-branco, secondo perché capo-branco e branco saremmo costretti ad esibirci in piazza formando i consueti capannelli e la cosa a me risulterebbe alquanto anti-estetica. Insomma, perché non dovrei essere votato visto che con un bel team, farei respirare aria di arte e di cultura anche nei cessi pubblici?
Troppo forte il brano dei Tre allegri ragazzi morti, ma lo devo interrompere perché ho bisogno di una sosta. I miei amici mi hanno detto che la devo smettere di comprare Cd musicali negli Autogrill, ma che ci posso fare, non è colpa mia se gli uomini del marketing prendono me come prototipo del consumatore deficiente. Scccc. L’ho beccata. E’ la terza ragazza oggi che mi guarda, secondo me, con un certo interesse (al posto di certo metterei minimo). La prima alla fermata dell’autobus, la seconda in libreria. Ed ora la terza. In realtà la tipa della libreria ha ricambiato un mio sguardo furtivo. Ma io lo so che in libreria sono forte. Il pallore del viso e lo sguardo acuto rivelano subito la mia natura intellettuale. Se fossimo stati in un film italiano, dopo uno scambio di sguardi furtivi, ci sarebbe stato uno stacco e quindi a letto insieme. Siccome a me i film italiani non piacciono, lo stacco c’è, ma mi ritrovo solo in macchina con un altro CD però. Non l’ho comprato in Autogrill, maligni, si tratta forse dell’album più bello di sempre: Velvet Underground & Nico. Mentre lo ascolto mi riviene in mente la storia dell’assessorato alla cultura. Quando vogliamo organizzare qualche iniziativa culturale, io e i miei amici ci poniamo sempre il problema che dovremmo chiedere i soldi al comune. Se fossi invece già al comune in qualità di assessore, i soldi a chi li chiederei? Certo non ai cittadini perché mi sembra paradossale, per non dire surreale, che quando sono cittadino li chiedo al comune e quando sono al comune li chiedo ai cittadini. Potrei chiederli al Ministero, e il Ministero a chi li chiede? All’Unione Europea? E l’Unione Europea agli Stati Uniti? Secondo me Berlusconi odia Bush perché pensa tra sé e sé, "questo vale diecimila volte meno di me e fa il presidente degli Stati Uniti. Io che valgo diecimila volte più di lui non posso fare nemmeno il Presidente in Italia per colpa di coglioni come questo che sta scrivendo in questo ridicolo blog".
Dopo i Velvet Underground a tenermi compagnia è il fantastico London Calling dei Clash. E’ incredibile l’energia che ti trasmettono queste canzoni, è incredibile come il piede sull’acceleratore va per conto suo, è incredibile il culo che mi fa la polizia se mi ferma. No, non devo preoccuparmi, perché c’è un patto universale appena inventato da me, tra gli automobilisti e i poliziotti, secondo il quale ascoltando i Clash si può superare il limite di velocità di una decina di chilometri orari.
Insomma io mi ci vedrei bene al Comune a proporre iniziative e vedermele bocciate per mancanza di fondi: è una bella iniziativa ma non si può fare. Un po’ come è intelligente ma non si applica. E allora proporrei iniziative più economiche proprio come quella di vietare a professori e maestri l’espressione: è intelligente ma non si applica. Con tanto di miglioramento della qualità della vita.
Casello, un altro breve pezzo di strada questa volta con la musica di Leonard Cohen. (Leo, lo sai vero, che Dance me to the end of love me la devi cantare almeno due volte? ). Bagagli in camera. Scrivo questo post prima che me lo dimentico e mi metto sereno a letto. La dieta e la vita mi stanno facendo bene. Sono felice. E siccome non bisogna mai dare per scontato di essere felici, sono anche felice di essere felice.

domenica 30 settembre 2007

FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ED IMPEGNO POLITICO-SOCIALE

Sono più di dieci anni che la filosofia del linguaggio è entrata a far parte dei miei pensieri. Tutto è cominciato seguendo all’Università corsi di Estetica e Filosofia del linguaggio in cui si parlava di Wittgenstein. Lo studio delle opere del filosofo austriaco e l’interpretazione dei suoi pensieri sono stati alla base delle mie riflessioni in questi dieci anni. Da alcuni mesi però ho ampliato le mie conoscenze perché affascinato dalla figura del più grande intellettuale vivente: Noam Chomsky.
Ho sempre considerato le mie riflessioni sulla filosofia del linguaggio come la base da cui partire per fondare le mie analisi sulla società. Mi sono quindi avvicinato alla figura di Chomsky come se fosse un personaggio mitico perché lui è un intellettuale profondamente impegnato nella società e credo sia insieme a Wittgenstein il più importante filosofo del linguaggio del secolo scorso. Però, nonostante Chomsky attacchi molto i media e il modo propagandistico in cui le “democrazie” occidentali (in primis quella americana) costruiscono il consenso anche, se non soprattutto, attraverso il linguaggio, le sue teorie di filosofia del linguaggio sono abbastanza distinte dalle sue analisi e critiche della e sulla società.
La mia ricerca è quindi diversa, in quanto le analisi (meglio, le modalità con cui conduco delle analisi) sulla società che mi circonda derivano dalle mie teorie di filosofia del linguaggio. Teorie che non ho ancora ultimato e che vorrei in uno o due anni far confluire in un saggio. Non ho cominciato a scrivere questo saggio un po’ perché ho bisogno di mettere a punto alcune riflessioni, un po’ perché non ho bene in mente lo stile con cui scriverlo.
Comunque, in estrema sintesi, il fulcro delle mie teorie sta nel fatto che, a mio avviso, le parole acquisiscono significato grazie ad un processo induttivo e che per esigenze pratiche una volta “indotte” l’essere umano le usa in modo deduttivo, cioè l’uomo per esigenze pratiche dimentica la natura induttiva con cui ha creato le parole e le usa in modo deduttivo (illudendosi quindi che le parole abbiano un significato a priori ben delineato) applicandole a contesti più o meno ampi.
I processi innati che sono dietro la facoltà del linguaggio (per usare una terminologia chomskiana) sono a mio avviso da vedersi nella capacità, appunto innata, dell’uomo di individuare proprietà comuni tra le cose, tra i concetti, tra le idee. Come si forma il concetto di colore? L’uomo ha la capacità di individuare delle proprietà comuni tra le mele che ho qui davanti, a cui dà il nome rosso. Questa capacità è innata e per Wittgenstein deve essere stimolata dall’esterno tramite l’addestramento. Per Chomsky invece (se interpreto correttamente il suo pensiero) l’individuazione della proprietà comune a cui diamo il nome rosso, può venire anche da sé senza alcun addestramento dall’esterno.
In alcuni casi verrebbe da dar ragione a Chomsky. Abbiamo parlato del colore rosso, ma cosa dire del concetto “mela”? L’uomo ha la capacità di individuare proprietà comuni a cui sente l’esigenza di dare un unico nome, ad esempio mela. Addirittura ha la capacità di individuare proprietà comuni in modo ancora più ampio. La mela è un oggetto, una cosa. L’uomo ha quindi la capacità di individuare proprietà comuni ancora più ampie a cui dà il nome di “oggetto” o “cosa”. Per le mie teorie il modo in cui si arriva a formulare nomi sostantivati o aggettivi è lo stesso. Il modo in cui arriviamo a definire l’etichetta “mela” o l’etichetta “rosso” è lo stesso.
Quindi il linguaggio nasce dalle capacità innate dell’uomo di individuare proprietà comuni nella realtà. Il grassetto serve ad evidenziare che, a mio avviso, il linguaggio nasce da un’interazione soggetto-realtà. Il processo che porta dalle proprietà comuni ai nomi lo definisco procedimento induttivo.
Una volta indotto il nome “rosso”, l’etichetta “rosso”, l’uomo deduce da quel nome tutta un’altra serie di “rossi”. E si chiede: questa mela che ho qui davanti la posso definire “rossa” o “arancione”? Qui nasce l’illusione. La deduzione, cioè questo passaggio dal nome generale alla realtà particolare è un’illusione. Siamo noi che decidiamo se quella mela arancione rientra nelle proprietà che individuiamo come comuni a cui abbiamo dato il nome di “rosso”.
Il fatto che scientificamente si sia trovata una legge sottostante al colore “rosso” non significa proprio nulla. Quella legge è solo un metodo per individuare le proprietà comuni a cui diamo il nome “rosso”.
L’illusione del procedimento deduttivo è ciò che crea le più grandi polemiche anche a livello di analisi politico-sociali e di vita politico-sociale.
Perché non si sa più cos’è la destra o la sinistra?
Semplicemente perché nella Storia si sono individuate proprietà comuni a cui si è dato il nome di Sinistra o di Destra. Oggi siamo al procedimento deduttivo. Cioè si ha la sensazione o l’idea ben precisa, che le idee e/o le azioni dei partiti di sinistra o di destra non abbiano quelle proprietà comuni a cui abbiamo dato il nome di destra o sinistra. Il punto è che queste parole sono state indotte da processi storici e che non bisogna fissarsi sulle parole per pescare negli attuali processi storici. E’ necessari invece partire sempre dai processi storici attuali, ovviamente con il bagaglio di quelle proprietà comuni che abbiamo individuato nel passato e a cui abbiamo dato i nomi di destra e sinistra, ma non dobbiamo fissarci su quel bagaglio altrimenti rischiamo sempre di non capire e non interpretare la realtà, e di farci poi schiacciare dalla realtà che intanto va per conto suo.
Torniamo alla realtà. Cerchiamo di capire da dove nascono le ragione degli uni o degli altri. Cerchiamo di capire quanto queste ragioni apparentemente diverse tra di loro in realtà hanno delle connessioni. Cerchiamo di capire quali sono le parole indotte che si usano nel linguaggio quotidiano e sulla base delle quali le persone guardano al mondo, sulla base delle quali vivono.
In Italia spesso le polemiche dei politici sono più sulle parole, sulle etichette, su come dedurle , cioè su come applicarle alla realtà, e non sui contenuti, cioè non sulle parole prodotte, indotte da questa realtà che ovviamente affonda le sue radici nel passato. Anche chi fa delle analisi, anche gli intellettuali devono incidere sulla realtà sulla base di “nuove” parole indotte. Ho virgolettato “nuove” perché non voglio intendere nuove di zecca . In alcuni casi potrei individuare proprietà comuni diverse e quindi parole effettivamente nuove, in altri casi potrei avere solo parole rinnovate.
Ripeto, torniamo alla realtà, al presente, ai nostri processi storici. E spero si sia anche capito che ciò non signifcia assolutizzare, isolare il presente. Ed anche se lo volessi fare non ci riuscirei. Nessuno può decidere di isolare, assolutizzare il presente. Il presente è anche passato, ma questo è ovvio.

lunedì 24 settembre 2007

Manifesti

Peccato, ieri l'altro ho perso un'occasione.
Ero giù di morale e così non ho assistito alla manifestazione del Comitato Pro Ospedale e non ho ascoltato il comizio. Mi piacerebbe avere maggiori informazioni su questo problema. Recupererò.

In Piazza Castello invece c'era la festa della Rinascita, cioè dei Comunisti Italiani. Ho ascoltato solo i primi interventi. Puntuale e pulito quello di Enzo Briscese. Per il resto non mi è piaciuto molto il modo di porre problemi e spunti di riflessione. Il linguaggio usato è troppo autoreferenziale e piuttosto retorico.

I politici devono utilizzare un linguaggio diverso. Non dico che debba essere per forza più semplice ma diverso. Un linguaggio che faccia sentire che dietro le parole c'è un pensiero "vivo", c'è un'anima. Si deve respirare aria di vita in quello che si ascolta.

Penso anche al linguaggio dei manifesti. E' proprio necessario essere sempre così "terra terra" con il rischio poi dire cose grossolane?

Su un manifesto del Comitato Pro Ospedale è scritto: BASTA CON LE FALSE PROMESSE MAI MANTENUTE.

Qualcuno mi può spiegare come si fanno a mentenere le FALSE promesse? O si scrive "basta con le false promesse" o si scrive "basta con le promesse mai mantenute". Ma come si fanno a mantenere delle promesse che sono false?

Oppure ho letto: NOI CITTADINI DELL'AREA SANITARIA

Che significa quest'espressione? Area sanitaria de che? Ma forse su questo sono ignorante io. Secondo me era sufficiente scrivere "noi cittadini" e basta.

Anche il manifesto dei Comunisti Italiani non mi è piaciuto: PENSIONI, NON VA!
Che modo di esprimersi è questo? Mi sembra di sentire un commento calcistico di Piccinini ad un tiro calciato fuori.
Come dice Nanni Moretti in Palombella Rossa: "Ma come parla? Le parole sono importanti ".

La prossima volta spero di essere meno triste per quindi partecipare alle pubbliche iniziative, ascoltare un po' di più e potermi concentrare anche sui contenuti.

mercoledì 19 settembre 2007

Dialetto ed italiano

Quando sento i miei genitori parlare in dialetto penso che loro non hanno bisogno di cercare la parola giusta, non hanno bisogno di preoccuparsi della costruzione della frase, parlano in modo del tutto spontaneo.

Quando io parlo in italiano cerco di esprimermi in modo fluido, impostando correttamente la frase, trovando la parola adeguata. Ma i miei genitori no. A loro viene tutto in modo automatico e spontaneo.

Mi chiedo, cosa significa ciò? Credo che significhi che il dialetto sia per loro uno strumento di comunicazione che fa tutt'uno con il loro essere in sé e nel mondo. Anzi, forse è proprio il dialetto che fa del loro essere in sé allo stesso tempo un essere nel mondo. Per me invece l'italiano è come una cassetta degli attrezzi in cui trovare quello migliore per esprimermi in modo corretto. Quindi non c'è immediatamente identificazione tra la lingua che parlo, l'italiano, e la mia cultura, la mia persona, il mio essere in sé e nel mondo. E' un problema?

Secondo me lo è se in questa cassetta degli attrezzi peschiamo a caso o in modo superficale e poco adeguato. Quando parliamo dobbiamo essere bravi ad usare le parole che esprimono bene il nostro pensiero e il nostro modo di essere, di pensare, di vivere. Solo così possiamo fare in modo che la nostra lingua ci rappresenti, cioè rappresenti noi stessi, la nostra persona, anche se non immediatamente come nel caso dei miei genitori con il dialetto. Altrimenti il nostro parlare risulta vacuo, superficiale, e noi siamo sempre più alienati da noi stessi prima ancora che dal contesto esterno e dagli altri.

lunedì 17 settembre 2007

Come si giudica l'operato di una Giunta Comunale?

(E' una domanda valida anche a livello di politica nazionale.)

Come si giudica una Giunta Comunale?

Io non so niente di politica venosina perché non me ne sono mai interessato. Non fatemi trovare giustificazioni (grande problema culturale degli italiani è quello di voler giustificare sempre ogni propria azione o comportamento). Non me ne sono mai interessato. Punto.

Ma da qualche giorno frequento il blog http://www.ca-gi.it/ in cui si parla molto di politica venosina e mi sembra di capire che c'è molto malcontento sull'operato della Giunta attuale. Mi chiedo, perchè?

Non hanno rispettato il programma elettorale? (dove posso trovare una copia?)
Non hanno mantenuto le promesse? (ma le promesse non sono scritte in un programma elettorale? ripeto, dove posso trovare una copia?)

Oppure sul programma erano definite cose in modo troppo generale ed allora si sono create delle aspettative poi disattese?

Oppure gli elettori immaginavano che avrebbero realizzato delle cose (anche se non sono state mai scritte da nessuna parte) che poi non sono state fatte?

Oppure si critica la condotta morale?

Oppure sono state fatte cose che si sono ritenute negative?

Un'affermazione che non ho mai ben visto è la seguente: "Non hanno fatto niente".

Non mi piace. Mi piacerebbe sentire: "Non hanno fatto niente di quello che hanno detto o promesso".

A questo punto io continuerei a chiedere dove sono scritte le cose dette o promesse. Se non in un programma elettorale pre-elezioni, si trovano forse in un programma post-elettorale.
insomma prima di valutare le cose fatte, un cittadino dovrebbe essere in grado di poter valutare le cose dette o promesse. E quindi confrontare le cose fatte con quelle dette o promesse.


PS: un'altra domanda che mi pongo è questa: come si fa a valutare se un paese come Venosa sta meglio rispetto agli anni precedenti in termini sociali, economici, culturali, ambientali, sanitari, occupazionali, ecc.? con dati obiettivi? (attenzione però, non voglio sostituire l'analisi "qualitativa" con i numeri. mi riferisco a dati di supporto ad un'analisi di tipo sociologico, economico, culturale, politico)

sabato 15 settembre 2007

LA TELEVISIZZAZIONE DELLE PIAZZE: ATTO CONCLUSIVO

Con gli interventi precedenti ho voluto spiegare perché secondo me la TV non si rivolge alle coscienze dei tele-spettatori in modo costruttivo (cioè prevedendone un’interazione proiettata alla crescita). In realtà la televisione si rivolge sì alle coscienze ma solo per modificarle o per assecondarle senza che le coscienze “se ne accorgano”, cioè senza alcuna mediazione da parte della coscienza del tele-spettatore. In che modo la televisione potrebbe creare un rapporto di interazione proiettato alla crescita, all’arricchimento, allo sviluppo delle coscienze dei tele-spettatori (ammesso cha sia possibile) ne vorrei parlare in seguito o altrove. Adesso vorrei invece ritornare sul discorso della televisizzazione delle piazze.
Se trasformassimo le nostre piazze in format televisivi le nostre coscienze verrebbero ulteriormente annacquate. Riprendiamo il caso di Corona nella nostra Venosa.
Io sono piuttosto convinto che molte persone che hanno firmato per non volere Corona sul palco, seguono invece le vicende Corona in programmi televisivi sconcertanti quali quello di Cucuzza o Studio Aperto (che ovviamente non è un TG, ma lo do come dato scontato anche perché sarebbe banale disquisire su questo). Quindi più o meno consapevolmente queste persone accettano che Corona possa essere un personaggio televisivo. Cioè accettano che lui possa salire sul “palco della televisione”. Quindi perché non volerlo sul palco della nostra piazza? Perché, risponderebbero , Corona non sa far niente in termini artistici, è indagato (motivo che noi del Tarlo non condividevamo. Noi del Tarlo contestavamo il fatto che lui avrebbe, così come ha fatto, spettacolarizzato le sue vicende giudiziarie e attaccato la magistratura) e rappresenta un cattivo esempio morale. Molte di queste persone (è una mia supposizione) mentre vedono la televisione pensano le stesse cose ma continuano a guardarla perché c’è una parte della loro coscienza (che non è l’inconscio ma si tratta proprio di coscienza) che è interessata a quelle vicende.
Nel firmare la petizione in queste persone è prevalsa la parte della coscienza che vede male certi personaggi , su quella che invece è interessata a queste vicende. Il mio timore è che nel riproporre queste iniziative la parte della coscienza delle persone interessata a queste vicende potrebbe prevalere sull’altra. Ed è questo che io definisco un imbarbarimento culturale da combattere. Inoltre, il rapporto tra piazza televisivizzata e spettatori diventerebbe come quello che c’è tra TV e tele-spettatori, cioè un rapporto orientato solo alla modifica o all’assecondamento delle coscienze e mai allo sviluppo, alla crescita, all’arricchimento delle stesse. Pensate a comizi elettorali o a campagne elettorali sempre più televisivizzati. Corona sul palco ci ha dato un assaggio di un comizio elettorale televisivizzato (pensate che è riuscito a strappare applausi sul tema ospedale quando doveva essere evidente a tutti che al massimo gliene aveva parlato Duino cinque minuti prima che lui salisse sul palco e che lui quindi non poteva conoscere le problematiche dell’ospedale. Di conseguenza la gente si sarebbe dovuta sentire offesa per il fatto che Corona usasse in modo spudoratamente demagogico un tema invece a noi molto caro). E pensate anche al fatto che la gente vorrebbe poi sempre più personaggi televisivi e format televisivi e sempre meno esibizioni di contenuto diversi.
No, no, questa battaglia non può terminare. Ragazzi teniamo alta la guardia.

venerdì 14 settembre 2007

La televisizzazione delle piazze: TV, coscienza critica e l'ANNACQUAMENTO DI MASSA

Riprendo il discorso avviato nei giorni scorsi.

Una coscienza critica si sviluppa solo con la riflessione, con i dubbi, con le incomprensioni (nel senso cognitivo del termine). Paradossalmente uno studente che capisce tutto subito non sta sviluppando una propria coscienza critica.

La televisione ha evidentemente la possibilità di cambiare le coscienze delle persone ma senza passare per le fasi della riflessione, del dubbio, dell'incomprensione. In TV tutto è chiaro. Metafora assoluta è Porta a porta con i suoi ospiti. I titoli del programma sono chiari (ENORMI). Lo schermo su cui danno i filmati o su cui si vedono gli ospiti in collegamento, è chiaro (GIGANTESCO). Le luci sono chiare (A PALLA). Le poltrone sono chiare. L'ingresso in scena degli ospiti è chiaro (si suona un campanello, si apre una porta e si entra). Il clamore con cui comincia il programma è chiaro (LA MUSICA DI VIA COL VENTO). Se si parla del Caso cogne tutto deve essere chiaro: stessi ospiti, stessi argomenti, stessi ritmi.

L'unica cosa che non mi è chiara è il titolo. E' forse una minaccia: verremo a rompervi le scatole casa per casa?

Cosa hanno assimilato le nostre coscienze dopo anni di programmazione di Porta a Porta sul Caso Cogne? Cosa abbiamo imparato? In che modo le nostre idee sulla società si sono arricchite? Niente di niente. Il Caso Cogne è diventato puro spettacolo 5 minuti dopo l'accaduto.

Ripeto, anche programmi come Report non sviluppano una coscienza critica, ma la danno come pre-condizione con cui si guarda l'inchiesta proposta. Lo stesso fanno i politici in TV. Non sono interessati allo sviluppo di una coscienza critica ma solo al modo in cui "montare" i propri discorsi sulla base della coscienza critica così come già presente nella società (in realtà non so quanto siano critiche le nostre attuali coscienze). Non la sviluppa nemmeno Beppe Grillo. Dieci-quindici anni fa sì, perchè Grillo proponeva nelle sue denunce un modo critico con cui porsi nei confronti della realtà, ma oggi no (ed è per questo che i libri di Grillo si trovano bonariamente negli Autogrill). E di certo non la sviluppano programmi "cuturali" come quelli di Piero Angela.

Tutto ciò lo definirei ANNACQUAMENTO DI MASSA.

Sviluppare una coscienza critica significa dare strumenti al tele-spettatore per arricchire il proprio modo con cui guarda alla realtà (attenzione, guardare alla realtà, che non è un semplice guardare la realtà) e quindi anche alla televisione stessa.

Continuo nei prossimi giorni.

mercoledì 12 settembre 2007

La Lucania sempre più terra di cinema. E Venosa?

(riprenderò il discorso sulla televisizzazione delle piazze che mi sta molto a cuore perché voglio continuare a combattere con tutte le mie forze ed energie mentali affinché non si ripetano mai più a Venosa eventi spiacevoli ed offensivi per il nostro paese come quello dell'iniziativa Corona. Con questo post apro una parentesi sulle numerose location in Basilicata)

In quest'ultimi anni sono stati girati sempre più film in Basilicata. Il caso più conosciuto è quello di The Passion di Mel Gibson. Ma c'è anche Io non ho paura di Salvatores ed in questo periodo è nelle sale un film interamente girato a Matera e dintorni: Il rabdomante. (Ho appena visto su internet che lo danno al cinema Duni a Matera). Anche diversi spot pubblicitari sono stati girati in Basilicata in quest'ultimi tempi. Vedi quello della Grande Punto.
E' soprattutto la zona di Matera ad essere coinvolta. Ed a Pisticci ogni anno un'associazione culturale organizza un bellissimo festival di cortometraggi: Lucania Film Festival. So che alcuni cineasti venosini non l'apprezzano molto ma a me invece piace moltissimo. Non sindaco sulla competenza delle giurie, ogni anno però il festival fa sempre passi avanti degni di nota.
Citerei anche il Potenza Film Festival. Non vi ho mai partecipato ma è comunque un festival conosciuto a livello nazionale, quindi dovrebbe essere un buon festival.

Da anni si dice che Bertolucci vuole fare un film su Gesualdo e che dovrebbe venire anche a Venosa a girare. Ma quando lo fa?

E soprattutto, perché non promuoviamo Venosa come location anche per altri film vista la bellezza del nostro paese e visto che qualche Pro Loco MINACCIA ancora di volerla promuovere con la spazzatura?

PS: approfitto di quest'argomento per complimentarmi con i ragazzi di Venosa che hanno messo su l'etichetta FilmDiscaunt. Apprezzo molto i loro lavori e mi faccio promotore di una serata con intera proiezione di tutti i loro lavori. Per quanti non lo sapessero segnalo che il documentario "Lo sciopero di Girasole" sta vincendo premi di un certo rilievo in tutto il territorio nazionale.

Viva Venosa. Abbasso chi la offende.

La televisizzazione delle piazze: TV e coscienza critica del tele-spettatore

Vorrei approfondire il discorso sulla televisizzazione delle piazze con una serie di post. Oggi mi soffermo sul rapporto tra la TV e la coscienza critica del tele-spettatore.


Pasolini condannava lo strumento televisivo in quanto diceva che per forza di cose chi lo frequenta si pone dall'alto rispetto al tele-spettatore. E tutti i rapporti verticali per Pasolini erano anti-democratici.

Quando ho ascoltato per la prima volta Pasolini esprimere queste sue considerazioni, ho pensato che questo discorso potrebbe valere anche per il rapporto scrittore-lettore, regista-spettatore, e così via. Oggi invece capisco che c'è un'enorme differenza. Spesso il rapporto televisione-spettatore è senza filtri, senza mediazione. Dirò di più: mediare ciò che si vede tramite una propria coscienza critica non è essenziale affinché il mezzo televisivo ci sia. La maggiorparte delle cose che si vedono in TV non hanno bisogno di nessuna mediazione. Ed a pensarci bene anche le cose di maggiore qualità non hanno bisogno di nessuna mediazione. Il mio programma televisivo preferito è Passepartout. Ma io lo vedo come chi appassionato di calcio segue un programma sul calcio. Cioè non lo vedo per pormi domande, per riflettere, semplicemente lo vedo perché sono appassionato di arte e mi piace il modo in cui viene raccontata l'arte in quel programma. Un programma come Report è invece un programma di informazione, non mi si dica che sviluppa discorsi critici. I format con dibattiti su temi politico-sociali si rivolgono alle coscienze? In realtà sono sempre programmi in cui si avvalorano tesi e non in cui si creano spunti di ricerca critica. A me sembra che chi parla in TV è come se pensasse solo ed esclusivamente ad avere ragione (o meglio, a voler che gli si dia ragione). Lo sviluppo del discorso non ha alcun valore in sé ma è solo un veloce montaggio per arrivare al risultato finale. La televisione può al massimo essere veicolo di tesi costruite ed elaborate altrove, ma la domanda è: può una coscienza svilupparsi se non è partecipe del processo di sviluppo di una tesi? No. Le teorie di un professore universitario possono avere un effetto sulla coscienza dello studente nel momento in cui lo studente segue lo sviluppo di quelle teorie durante un percorso di lezioni. In TV è come se si leggessero i commenti sui libri senza leggere i libri. Pensate proprio ai programmi in cui si parla di un libro. Se ne parla e poi "ipocritamente" (cioè solo per scopi promozionali) s'invita a leggere il libro. Ma è una falsità. In realtà il programma sta benissimo in piedi anche se non si è letto il libro e se non si leggerà mai il libro, perché strutturalmente la televisione veicola risultati, veicola effetti, veicola conseguenze, in TV si parla del prodotto finito e non di come si arriva a quel prodotto.

Blob è forse l'unico programma televisivo che parla alle coscienze.

martedì 11 settembre 2007

CORONA, DUINO, I RAGAZZI DELLA CONTESTAZIONE, PIERPAOLO, MARCO, ROCCO, MARIA/CONCETTA, FABIO, TIZIANO, LEONARD, CAMUS

(visto che si parla della mia estate a Venosa, riporto anche su questo diario venosino un post che ho scritto sull'altro mio blog eyeswideopen.splinder.com )

Sono di ritorno per Roma.

La mia estate è cominciata con il post In famiglia siamo pochi in cui raccontavo il mio viaggio per Venosa da Roma ed ora finisce sull'autostrada opposta. A farmi compagnia durante il tragitto ci sono sempre le solite cose: i miei pensieri e la musica di Leonard Cohen.

E' evidente che quest'estate ho immaginato tutto.

Ho trascorso una notte al cimitero. Mi sono vestito da prete. Ho rilasciato interviste alla radio e in TV. Ho scritto un articolo su un quotidiano. Ho montato un documentario. Ho messo su un piccolo centro sociale: tavolo da ping pong più videoproiettore.

E soprattutto ho conosciuto tante persone. Nel post In famiglia siamo pochi ironizzavo sul fatto che se mi candidassi alle elezioni comunali le vincerei con facilità, in quanto essendo pochi in famiglia, non conoscendo nessuno in paese e non avendo quindi familiari o conoscenti da sistemare, farei di certo il bene della comunità. Ma dopo questa estate il numero di persone che conosco è salito moltissimo. Soprattutto grazie a Fabrizio Corona e al presidente della Pro Loco di Venosa, Michele Duino.

Ebbene sì. Fabrizio Corona e Michele Duino mi hanno regalato un momento di gloria cittadina. Non so come e non so quando, ma soprattutto non so perché, nel bel mezzo dell'estate mi sono ritrovato ad essere il portavoce del gruppo di ragazzi che si è opposto all'iniziativa voluta dalla Pro Loco di Venosa di invitare Fabrizio Corona sul palco della Notte Bianca. La notizia di questa contestazione è finita addirittura sui giornali e telegiornali nazionali. Sono convinto che tale clamore mediatico ci sia stato soprattutto perché quelli del Caso Cogne e Sgarbi erano in ferie.

Con l'avvicinarsi del giorno dell'esibizione di Corona diventavo sempre più conosciuto in paese e venivo sempre più spesso invitato da radio, giornali e qualche TV a rilasciare dichiarazioni. In un certo senso mi cominciavo a sentire come l'anti-Corona. E così il successo cittadino e la sensazione di essere l'anti-Corona mi rendevano talmente felice e soddisfatto che ad un certo punto mi sono inventato di tutto pur di uscire da quella situazione. Ho sfoderato riflessioni hegeliane, ho creato traumi psichici e crisi esistenziali, ho contrapposto Benigni a Corona, tutto ciò pur di tirarmi fuori da quella contestazione.

Eppure a pensarci bene, io sono davvero il perfetto anti-Corona. Abbiamo la stessa età e quindi la sfida ci sta tutta. Lui è abbronzatissimo e io pallidissimo. Lui ha folti capelli e tenuti ben in ordine, io sono praticamente calvo e la mia calvizie è del tutto disordinata. Lui è super-palestrato ed io sono super-ingessato. Lui si muove con disinvoltura, da vero fico, ed io ho un sex appeal ridotto ai minimi termini. Lui è brutto ma sembra bello in quanto ben truccato e curato, io sono bello ma sembro brutto perché nessuno mi trucca e mi cura. A lui piacciono le donne fiche come Nina Moric e a me piacciono le donne artiste come Carmen Consoli. Ad entrambi piacciono molti soldi ma non ho capito ancora lui cosa se ne vuole fare. Dice che vorrebbe andare a vivere al mare per sempre oppure che vorrebbe aprirsi un risotrante a New York. Io andrei a trovare tutti i miei amici che sono un po' ovunque in Italia ed anche in Europa, poi vedrei tutti i film belli del mondo, visiterei tante mostre, girerei l'Italia alla ricerca di talenti cinematografici.

Sul serio, grazie Corona, grazie Duino. Questa estate ho conosciuto dei ragazzi bellissimi ed intelligentissimi, i ragazzi della contestazione tanto per intenderci. Quei ragazzi che Duino ha sbeffeggiato dicendo che pensano solo a bere e fumare. Inananzi tutto vorrei dire a Duino che non è vero che questi ragazzi pensano solo a bere e fumare, loro bevono e fumano. Scherzi a parte, sono ragazzi eccezionali, ragionano sulle cose in modo puntuale, parlano con cognizione di causa, agiscono in modo preciso ed efficace. Sono anche artisti. Come dimenticare la storia di un ragazzo musicista che ha raccontato di essere finito per una notte in carcere per una serie di visissitudini legate al suo rifiuto di eseguire sul palco "musica da passeggio" . Oppure la storia di una ragazza che ha raccontato che per dipingere è costretta ad andare a casa di un amico in quanto casa sua non ha gli spazi adeguati. Ho così immaginato la scena dei due ragazzi che s'incrociano per strada, l'uno con la chitarra sotto il braccio portato dai carabinieri in caserma e l'altra che con i pennelli sotto il braccio si accinge a raggiungere la casa dell'amico per dipingere. Ma non ho immaginato solo la scena dell'incontro tra i due ragazzi artisti, quest'estate ho immaginato tutto quello che ho fatto ed ho immaginato tutte le bellissime persone con cui sono stato.

Ho immaginato i ragazzi della contestazione. Ho immaginato Pierpaolo il ragazzo più bello di tutti ed è lui che mi ha aperto le porte della comunità venosina. Ho immaginato Marco che nella sua officina ha realizzato il Silanone (un carrello artigianale con dolly che abbiamo usato per le riprese del corto). Ho immaginato Rocco che con la sua macchina fotografica ha scattato foto bellissime. Ho immaginato Fabio correggere tutti gli attori che sbagliavano la parte (a proposito, ora sto immaginando che Fabio sta scrivendo il capolavoro dei capolavori). Ho immaginato Maria Concetta che mi contestava qualunque cosa dicessi e pensassi (anche se lei contesta questa mia affermazione. ah ah). E soprattutto ho immaginato Tiziano riempire le mie giornate di riflessioni sull'arte, di cortometraggi, documentari, musica, fotografia, di birre kiatratissime e focacce deliziose, di giri in macchina sempre con Leonard come sottofondo, di passeggiate straordinarie avvolti dal silenzio della luce e dei muti vicoli del centro storico di Venosa.

Forse ora sto anche immaginando di innamorarmi. Che culo avrei se mi innamorassi nel periodo in cui ascolto Leonard Cohen. Il sentimento si eleva ed anche la sofferenza viene sublimata. Pensa alla sfiga di chi s'innamora mentre ascolta Gigi D'Alessio.

E' stata l'estate di Leonard Cohen. Della sua musica che ha definitvamente conquistato la mia immaginazione sempre in bilico tra sogno e realtà. Amare Leonard Cohen è un privilegio.

E' stata anche l'estate della lettura dello Straniero di Camus. Ho 32 anni e so capire quali sono le cose della mia vita che potrebbero essere passeggere anche se intense e quali cose invece si "depositano" nella mia coscienza per non andare più via. Lo Straniero rimarrà per sempre dentro di me.

Ma soprattuto è stata l'estate in cui ho capito definitivamente che la noia non nasce dal non aver nulla da fare ma dal non aver voglia di fare nulla.

Grazie a tutti e soprattutto grazie alla mia immaginazione.

Buon autunno a tutti.

domenica 9 settembre 2007

HO VISTO IL VIDEO DI CORONA A VENOSA

Corona ha detto alcune cose che condivido.

Un programma televisivo come Porta a Porta che ormai da anni continua a mettere su puntate sul Caso Cogne fa sciacallaggio esattamente come quello che ha fatto lui a Garlasco. Corona dice che lui non deve essere preso come modello morale e che effettivamente il suo lavoro così come quello di Vespa, non è un lavoro eticamente accettabile. Come dimenticare l'apice della televisione spazzatura raggiunto da Vespa quando per pubblicizzare l'ennesima puntata sul Caso Cogne ha mostrato uno zoccolo e un mestolo dicendo: "Lo zoccolo o il mestolo? Quale è stata l'arma del delitto?"

Corona però non capisce che lui rappresenta qualcosa di peggio rispetto ai programmi che fingono di fare cronaca e che invece fanno fiction e quindi sciacallaggio sulle tragedie umane. Andando a Garlasco Corona è diventato uno dei componenti della fiction. Cioè lui è lo sciacallo ma allo stesso tempo è anche attore.
Anche se, a dir il vero, gli ospiti fissi di Vespa sul Caso Cogne sono anch'essi come degli attori protagonisti della ex drammatica vicenda, "ex" perché ormai il Caso Cogne è solo fiction. In realtà non esiste il Caso Cogne staccato da Porta a Porta, sono ormai un tutt'uno.

Non mi è piaciuto affatto quando Corona ha tirato fuori demagogicamente il discorso sull'ospedale. Lui è un ragazzo intelligente e sa di aver usato in modo demagogico quella polemica solo perché si trattava di una polemica efficace. Ma non mi è piaciuto che da una parte ha giustamente spiegato i meccanismi cinici dei media di cui lui dice di far immoralmente parte e poi dall'altra, ha usato quei meccanismi senza svelarne il trucco. Da questo punto di vista il suo comportamento è stato davvero deprecabile.

Corona ha quindi cercato l'interazione con il pubblico, e così la piazza si è ben presto trasformata in una piazza televisiva. La ritengo una cosa gravissima. La nostra battaglia volta a tenere lontana la televisione dalle piazze reali deve essere forte ed energica. La televisizzazione delle piazze è un'operazione becera, volgare e ci fa arretrare culturalmente in modo inaccettabile.

Verso il finire della puntata (perché di programma televisivo si trattava) i fischi hanno cominciato a diminuire ed anch'io vedendo il video ho cominciato quasi ad essere coinvolto da quel talk-SHOW. Tutto ciò non perché Corona sia stato bravo a conquistare la piazza ma semplicemente perché gli spettatori in piazza e io tele-spettatore abbiamo cominciato ad assefuarci, abbiamo cominciato ad abituarci all'idea di quel talk-show, di quel format televisivo esportato nella nostra piazza. Ed è proprio questo quello che temo. Se continuassimomo su questa strada ci abitueremmo anche alla televisizzazione delle nostre piazze e magari oggi abbiamo fischiato ma domani ci piacerebbe avere questo tipo di iniziative nelle nostre piazze con un imbarbarimento culturale davvero deprecabile.

Non abbassiamo la guardia. Se vogliamo una vita più serena, più dignitosa, più intelligente dobbiamo stare attenti a che questo tipo di iniziative non abbiano più luogo.

martedì 4 settembre 2007

Il Tarlo

Il Tarlo non sarà una nuova associazione. E' stato deciso così. Ed è una decisione fondamentale.

Il Tarlo sarà un movimento, un gruppo sempre aperto a chiunque volesse dare il proprio contributo. Obiettivo principale è quello di rivitalizzare la vita politico-sociale (e quindi anche culturale) di Venosa.

Il Tarlo vuole essere soprattutto un sostegno per tutte le associazioni già esistenti nel territorio venosino. Ci proponiamo di suggerire alle associazioni iniziative e quindi collaborare alla loro realizzazione, e viceversa, ci proponiamo di collaborare alla realizzazione di iniziative che loro vorranno proporci. Inoltre, vorremmo accrescere il tasso di conoscenza (e quindi di coscienza) della popolazione. Quindi è nostro obiettivo quello di proporre convegni, dibattiti e qualunque tipo di iniziativa che faciliti la diffusione della conoscenza su problematiche di carattere politico-sociale (quindi anche culturale, ambientale, ecc.).

Difficilmente il Tarlo prenderà posizione come movimento, come gruppo su questioni che meritano approfondimento. Ad esempio, il Tarlo non prenderà attualmente posizione sui problemi dell'Ospedale di Venosa ma ci proponiamo di sostenere chiunque voglia diffondere conoscenze ed informazioni su questi problemi.

Il Tarlo prenderà posizioni solo a favore di campagne che riteniamo positive a prescindere da qualunque tipo di approfondimento. Un esempio banale: potremmo essere favorevoli a campagne di promozione della donazione del sangue.

Il Tarlo, inoltre, continuerà la sua battaglia contro:
  • tutte le iniziative che offrono un palco al nulla invece che a uomini d’arte, intellettuali, persone impegnate socialmente;
  • l'idea secondo la quale pur di riempire la piazza qualunque iniziativa sia valida;
  • tutte le iniziative che vogliono "televisizzare" le piazze reali, cioè volte a trasformare le nostre piazze in format televisivi con il rischio di mortificare i contenuti e lo spirito delle iniziative che si organizzano nel mondo "reale".
Per raggiungere questi risultati è importante che i componenti del movimento s'incontrino spesso e che si creino dei momenti di dialogo anche on line. Chiunque può partecipare a questi incontri e nel momento in cui si partecipa ci si può ritenere membri del gruppo.