Questa è la mia ricetta per migliorare la scuola.
Obiettivo.
Mi porrei come obiettivo che i ragazzi finite le scuole superiori sapessero almeno le nozioni di storia, di geografia, di matematica, di letteratura ecc. che attualmente s'imparano nelle scuole medie inferiori. Considerando la dilagante ignoranza degli studenti (sia di quelli bravi che degli asini), la scuola sta fallendo nel raggiungimento dell'obiettivo primario di trasmissione della conoscenza. E per giustificare questo totale fallimento la scuola ha escogitato di ricorrere al concetto della "forma mentis". Cioè non è importante sapere ma è importante essersi formati una forma mentis, avere acquisito il metodo. Che idiozia! Si va a scuola per 13 anni, si dedicano alla scuola (compresi i compiti) decine di migliaia di ore, per formarsi la forma mentis? O per aver acquisito un metodo? (anche giocando a scacchi o facendo i cruciverba si acquisisce un meotodo). La verità è che se si finiscono gli studi superiori senza nemmeno sapere le cose che s'imparano alle scuole medie inferiori, per quanto mi riguarda la scuola non può essere considerata una cosa seria ma una colossale pagliacciata purtroppo utile solo per poter fare l'università (e lasciamo stare il discorso università) o per avere un diploma riconosciuto sulla carta spendibile nel mondo del lavoro.
Cosa s'impara oggi dopo 13 anni di scuola? A scrivere (il minimo ovviamente, la maggior parte delle persone fa errori imbarazzanti), leggere (pratica utilizzata essenzialmente per i menù dei ristoranti, per le etichette degli ascensori quando lo si prende in compagnia, per i titoli dei giornali e per gli articoli di gossip). Qualcuno impara un po' di matematica, di ragioneria (insomma un po' di linguaggi tecnici). Ma solo una minoranza di studenti impara i linguaggi tecnici ed infatti sono talmente rari che spesso sono chiamati geni. Qualcun altro impara a giocare con le versioni di latino e greco per acquisire il famoso metodo. Infine un po' tutti acquisiscono una serie di nozioni (direi più che altro di sensazioni) sparse e vaghe. Pardon, si acquisisce anche la forma mentis. Chi avesse acquisito veramente la forma mentis si considererebbe una merda di persona per il fatto che dopo 13 anni di scuola, dopo 13 anni di studio, rimane in sostanza un emerito ignorante.
Quindi cosa farei:
1. ridurrei drasticamente le ore di scuola. Se proprio bisogna andare tutte quelle ore a scuola per far stare insieme tra di loro i ragazzi e per dar da mangiare ai professori, allora aumenterei le passeggiate, le gite, i giochi, i laboratori, la visione di film, ecc. ecc.
2. farei studiare storia, geografia, letteratura ecc. dalle scuole superiori verso i 15-16 anni con i libri che oggi si usano per le scuole medie inferiori.
3. fino a 15-16 anni insegnerei solo cose tecniche come scrivere, leggere, la grammatica, la matematica, le lingue. Insegnerei queste cose fino a quando le imparano veramente. Come scritto al punto 2, non insegnerei quelle materie ma dedicherei tanto tempo per trasmettere l'esigenza di sapere la storia o la geografia e così via. Anche se sono sicuro che se la scuola non massacrasse i ragazzi sin da quando hanno 8 anni, tutti avrebbero l'interesse nei confroni della storia o della geografia. Come si fa a non essere interessati a sapere come si vive in Giappone o che si faceva 500 anni fa? E se non lo si è non ci dovrebbe volere molto a suscitare questo interesse. Invece la scuola massacra qualunque interesse invece di suscitarlo.
4. ridurrei drasticamente i compiti per lasciare i ragazzi più liberi di instaurare rapporti nella comunità in cui vivono senza lo stress dei compiti.
5. rispetterei il diritto al riposo del week-end eliminando i compiti il sabato e la domenica.
Conclusioni.
Studiare la storia, la geografia, la letteratua, l'arte, la filosofia, voler imparare a conoscere gli strumenti con cui i ragionieri predispongono i bilanci o le fabbriche producono pezzi, sono cose talmente belle ed entusiasmanti che spero davvero che un mio futuro figlio sarà quel pochino sensibile ed intelligente da dovermi evitare di usare la terribile espressione: prima fai i compiti e poi fai quello che ti pare. (mi piangerebbe il cuore impedirgli di fargli fare quello che gli pare) La verità è che spesso genitori ed insegnanti sono i primi a cui non gliene frega niente della storia, della geografia, della letteratura ecc. e quindi viene loro difficile convincere un ragazzo (che in genere è pieno di vita) a studiare solo perché un giorno potrà avere un titolo. Se un insegnante invece ama la sua materia, è felice di sapere le cose che sa e quindi difficilmente un ragazzo rimane insensibile, perché il ragazzo vede che la persona di fronte a lui sta bene e quindi anche lui vorrebbe stare bene.
martedì 16 ottobre 2007
mercoledì 10 ottobre 2007
Il piacere di essere informati
Aumentare gli spazi di informazione e di conoscenza è uno degli obiettivi fondamentali che ci proponiamo di raggiungere con il Tarlo. Siamo convinti che l'informazione sia uno strumento fondamentale per colmare il divario tra le nostre coscienze e la realtà. Solo colmando questo divario le nostre coscienze possono uscire dalla vaghezza e difendersi dalla propaganda.
Provo a spiegare il pensiero appena enunciato in modo più diretto.
Ritengo sia molto triste vedere telegiornali o leggere i giornali, e venire impallinati da tante notizie perché non si ha un background culturale (che si forma anche sulla base delle informazioni, della conoscenza dei fatti) sufficiente a far sì che quelle notizie siano filtrate dalla nostra coscienza.
Ed infatti, a parer mio ancor più importante dell'obiettivo di fare informazione, è quello di stimolare l'esigenza, il desiderio, il piacere di essere informati. Più siamo informati e meno veniamo impallinati dai media, dalle chiacchiere da bar, dall'amico che ne sa sempre di più. A furia di venire impallinati si rischia anche di rincoglionirsi.
Inoltre bisogna sapere che l'essere umano si trova a proprio agio con se stesso e con gli altri nel momento in cui riesce a parlare delle cose con cognizione di causa, cioè è appagato perché parla di qualcosa che conosce.
Perché alle persone piace parlare di calcio o di soap opere o di reality? Perché sono informate, perché sentono di poterne parlare con cognizione di causa.
Quindi se c'informassimo anche sulle vicende di politica interna e politica estera, su come e perché a livello locale si prendono certe decisioni, sul perché si fanno le manovre finanziarie o sul perché la borsa scende e sale, col passar del tempo ci sentiremmo da un punto di vista sociale più consapevoli e da un punto di vista umano meno rincoglioniti e più appagati, cioè più sereni e direi addirittura più felici.
Venerdì 12 ottobre in Piazza Castello alle 18.00 il Tarlo organizza un pubblico dibattito sulla questione nuove autorizzazioni per ricerca ed estrazioni petrolifere in Basilicata.
http://iltarlo.wordpress.com/
Provo a spiegare il pensiero appena enunciato in modo più diretto.
Ritengo sia molto triste vedere telegiornali o leggere i giornali, e venire impallinati da tante notizie perché non si ha un background culturale (che si forma anche sulla base delle informazioni, della conoscenza dei fatti) sufficiente a far sì che quelle notizie siano filtrate dalla nostra coscienza.
Ed infatti, a parer mio ancor più importante dell'obiettivo di fare informazione, è quello di stimolare l'esigenza, il desiderio, il piacere di essere informati. Più siamo informati e meno veniamo impallinati dai media, dalle chiacchiere da bar, dall'amico che ne sa sempre di più. A furia di venire impallinati si rischia anche di rincoglionirsi.
Inoltre bisogna sapere che l'essere umano si trova a proprio agio con se stesso e con gli altri nel momento in cui riesce a parlare delle cose con cognizione di causa, cioè è appagato perché parla di qualcosa che conosce.
Perché alle persone piace parlare di calcio o di soap opere o di reality? Perché sono informate, perché sentono di poterne parlare con cognizione di causa.
Quindi se c'informassimo anche sulle vicende di politica interna e politica estera, su come e perché a livello locale si prendono certe decisioni, sul perché si fanno le manovre finanziarie o sul perché la borsa scende e sale, col passar del tempo ci sentiremmo da un punto di vista sociale più consapevoli e da un punto di vista umano meno rincoglioniti e più appagati, cioè più sereni e direi addirittura più felici.
Venerdì 12 ottobre in Piazza Castello alle 18.00 il Tarlo organizza un pubblico dibattito sulla questione nuove autorizzazioni per ricerca ed estrazioni petrolifere in Basilicata.
http://iltarlo.wordpress.com/
mercoledì 3 ottobre 2007
In famiglia siamo pochi
( riporto su Diario Venosino questo post "politico" che ho proposto un po' di tempo fa sul mio blog eyeswideopen.splinder.com )
Questa volta ha vinto Tiziano. I Baustelle hanno effettivamente un debito nei confronti dei Virginiana Miller. Soffro quando devo ammettere di avere torto, però mentre ascoltavo un brano dei Virginiana Miller ho pensato che fosse un pezzo dei Baustelle che non conoscevo, quindi direi che trattasi di prova inconfutabile.
Continuo a pensare a chi ha ragione e a chi ha torto, a chi vince e a chi perde, e nel frattempo prendo il tagliando dal distributore del casello autostradale, ingrano la marcia e mi viene in mente che sin da quando ero ragazzino mi sarebbe piaciuto vincere le elezioni del paese (con la p minuscola) e fare l’assessore alla cultura. In effetti, se mi candidassi vincerei sicuramente perché non c’è nessun motivo per cui le persone non dovrebbero votarmi. Tanto per cominciare in famiglia siamo pochi e quei pochi lavoriamo tutti, quindi non avrei nessuno da sistemare. Poi in paese non mi conosce nessuno e quindi nessuno mi chiederebbe favori. E anch’io non conosco nessuno e quindi non avrei nessuno a cui fare favori. Inoltre eviterei che attorno mi si formasse un branco di seguaci-lecchini, primo perché non mi piacerebbe fare il capo-branco, secondo perché capo-branco e branco saremmo costretti ad esibirci in piazza formando i consueti capannelli e la cosa a me risulterebbe alquanto anti-estetica. Insomma, perché non dovrei essere votato visto che con un bel team, farei respirare aria di arte e di cultura anche nei cessi pubblici?
Troppo forte il brano dei Tre allegri ragazzi morti, ma lo devo interrompere perché ho bisogno di una sosta. I miei amici mi hanno detto che la devo smettere di comprare Cd musicali negli Autogrill, ma che ci posso fare, non è colpa mia se gli uomini del marketing prendono me come prototipo del consumatore deficiente. Scccc. L’ho beccata. E’ la terza ragazza oggi che mi guarda, secondo me, con un certo interesse (al posto di certo metterei minimo). La prima alla fermata dell’autobus, la seconda in libreria. Ed ora la terza. In realtà la tipa della libreria ha ricambiato un mio sguardo furtivo. Ma io lo so che in libreria sono forte. Il pallore del viso e lo sguardo acuto rivelano subito la mia natura intellettuale. Se fossimo stati in un film italiano, dopo uno scambio di sguardi furtivi, ci sarebbe stato uno stacco e quindi a letto insieme. Siccome a me i film italiani non piacciono, lo stacco c’è, ma mi ritrovo solo in macchina con un altro CD però. Non l’ho comprato in Autogrill, maligni, si tratta forse dell’album più bello di sempre: Velvet Underground & Nico. Mentre lo ascolto mi riviene in mente la storia dell’assessorato alla cultura. Quando vogliamo organizzare qualche iniziativa culturale, io e i miei amici ci poniamo sempre il problema che dovremmo chiedere i soldi al comune. Se fossi invece già al comune in qualità di assessore, i soldi a chi li chiederei? Certo non ai cittadini perché mi sembra paradossale, per non dire surreale, che quando sono cittadino li chiedo al comune e quando sono al comune li chiedo ai cittadini. Potrei chiederli al Ministero, e il Ministero a chi li chiede? All’Unione Europea? E l’Unione Europea agli Stati Uniti? Secondo me Berlusconi odia Bush perché pensa tra sé e sé, "questo vale diecimila volte meno di me e fa il presidente degli Stati Uniti. Io che valgo diecimila volte più di lui non posso fare nemmeno il Presidente in Italia per colpa di coglioni come questo che sta scrivendo in questo ridicolo blog".
Dopo i Velvet Underground a tenermi compagnia è il fantastico London Calling dei Clash. E’ incredibile l’energia che ti trasmettono queste canzoni, è incredibile come il piede sull’acceleratore va per conto suo, è incredibile il culo che mi fa la polizia se mi ferma. No, non devo preoccuparmi, perché c’è un patto universale appena inventato da me, tra gli automobilisti e i poliziotti, secondo il quale ascoltando i Clash si può superare il limite di velocità di una decina di chilometri orari.
Insomma io mi ci vedrei bene al Comune a proporre iniziative e vedermele bocciate per mancanza di fondi: è una bella iniziativa ma non si può fare. Un po’ come è intelligente ma non si applica. E allora proporrei iniziative più economiche proprio come quella di vietare a professori e maestri l’espressione: è intelligente ma non si applica. Con tanto di miglioramento della qualità della vita.
Casello, un altro breve pezzo di strada questa volta con la musica di Leonard Cohen. (Leo, lo sai vero, che Dance me to the end of love me la devi cantare almeno due volte? ). Bagagli in camera. Scrivo questo post prima che me lo dimentico e mi metto sereno a letto. La dieta e la vita mi stanno facendo bene. Sono felice. E siccome non bisogna mai dare per scontato di essere felici, sono anche felice di essere felice.
Questa volta ha vinto Tiziano. I Baustelle hanno effettivamente un debito nei confronti dei Virginiana Miller. Soffro quando devo ammettere di avere torto, però mentre ascoltavo un brano dei Virginiana Miller ho pensato che fosse un pezzo dei Baustelle che non conoscevo, quindi direi che trattasi di prova inconfutabile.
Continuo a pensare a chi ha ragione e a chi ha torto, a chi vince e a chi perde, e nel frattempo prendo il tagliando dal distributore del casello autostradale, ingrano la marcia e mi viene in mente che sin da quando ero ragazzino mi sarebbe piaciuto vincere le elezioni del paese (con la p minuscola) e fare l’assessore alla cultura. In effetti, se mi candidassi vincerei sicuramente perché non c’è nessun motivo per cui le persone non dovrebbero votarmi. Tanto per cominciare in famiglia siamo pochi e quei pochi lavoriamo tutti, quindi non avrei nessuno da sistemare. Poi in paese non mi conosce nessuno e quindi nessuno mi chiederebbe favori. E anch’io non conosco nessuno e quindi non avrei nessuno a cui fare favori. Inoltre eviterei che attorno mi si formasse un branco di seguaci-lecchini, primo perché non mi piacerebbe fare il capo-branco, secondo perché capo-branco e branco saremmo costretti ad esibirci in piazza formando i consueti capannelli e la cosa a me risulterebbe alquanto anti-estetica. Insomma, perché non dovrei essere votato visto che con un bel team, farei respirare aria di arte e di cultura anche nei cessi pubblici?
Troppo forte il brano dei Tre allegri ragazzi morti, ma lo devo interrompere perché ho bisogno di una sosta. I miei amici mi hanno detto che la devo smettere di comprare Cd musicali negli Autogrill, ma che ci posso fare, non è colpa mia se gli uomini del marketing prendono me come prototipo del consumatore deficiente. Scccc. L’ho beccata. E’ la terza ragazza oggi che mi guarda, secondo me, con un certo interesse (al posto di certo metterei minimo). La prima alla fermata dell’autobus, la seconda in libreria. Ed ora la terza. In realtà la tipa della libreria ha ricambiato un mio sguardo furtivo. Ma io lo so che in libreria sono forte. Il pallore del viso e lo sguardo acuto rivelano subito la mia natura intellettuale. Se fossimo stati in un film italiano, dopo uno scambio di sguardi furtivi, ci sarebbe stato uno stacco e quindi a letto insieme. Siccome a me i film italiani non piacciono, lo stacco c’è, ma mi ritrovo solo in macchina con un altro CD però. Non l’ho comprato in Autogrill, maligni, si tratta forse dell’album più bello di sempre: Velvet Underground & Nico. Mentre lo ascolto mi riviene in mente la storia dell’assessorato alla cultura. Quando vogliamo organizzare qualche iniziativa culturale, io e i miei amici ci poniamo sempre il problema che dovremmo chiedere i soldi al comune. Se fossi invece già al comune in qualità di assessore, i soldi a chi li chiederei? Certo non ai cittadini perché mi sembra paradossale, per non dire surreale, che quando sono cittadino li chiedo al comune e quando sono al comune li chiedo ai cittadini. Potrei chiederli al Ministero, e il Ministero a chi li chiede? All’Unione Europea? E l’Unione Europea agli Stati Uniti? Secondo me Berlusconi odia Bush perché pensa tra sé e sé, "questo vale diecimila volte meno di me e fa il presidente degli Stati Uniti. Io che valgo diecimila volte più di lui non posso fare nemmeno il Presidente in Italia per colpa di coglioni come questo che sta scrivendo in questo ridicolo blog".
Dopo i Velvet Underground a tenermi compagnia è il fantastico London Calling dei Clash. E’ incredibile l’energia che ti trasmettono queste canzoni, è incredibile come il piede sull’acceleratore va per conto suo, è incredibile il culo che mi fa la polizia se mi ferma. No, non devo preoccuparmi, perché c’è un patto universale appena inventato da me, tra gli automobilisti e i poliziotti, secondo il quale ascoltando i Clash si può superare il limite di velocità di una decina di chilometri orari.
Insomma io mi ci vedrei bene al Comune a proporre iniziative e vedermele bocciate per mancanza di fondi: è una bella iniziativa ma non si può fare. Un po’ come è intelligente ma non si applica. E allora proporrei iniziative più economiche proprio come quella di vietare a professori e maestri l’espressione: è intelligente ma non si applica. Con tanto di miglioramento della qualità della vita.
Casello, un altro breve pezzo di strada questa volta con la musica di Leonard Cohen. (Leo, lo sai vero, che Dance me to the end of love me la devi cantare almeno due volte? ). Bagagli in camera. Scrivo questo post prima che me lo dimentico e mi metto sereno a letto. La dieta e la vita mi stanno facendo bene. Sono felice. E siccome non bisogna mai dare per scontato di essere felici, sono anche felice di essere felice.
domenica 30 settembre 2007
FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ED IMPEGNO POLITICO-SOCIALE
Sono più di dieci anni che la filosofia del linguaggio è entrata a far parte dei miei pensieri. Tutto è cominciato seguendo all’Università corsi di Estetica e Filosofia del linguaggio in cui si parlava di Wittgenstein. Lo studio delle opere del filosofo austriaco e l’interpretazione dei suoi pensieri sono stati alla base delle mie riflessioni in questi dieci anni. Da alcuni mesi però ho ampliato le mie conoscenze perché affascinato dalla figura del più grande intellettuale vivente: Noam Chomsky.
Ho sempre considerato le mie riflessioni sulla filosofia del linguaggio come la base da cui partire per fondare le mie analisi sulla società. Mi sono quindi avvicinato alla figura di Chomsky come se fosse un personaggio mitico perché lui è un intellettuale profondamente impegnato nella società e credo sia insieme a Wittgenstein il più importante filosofo del linguaggio del secolo scorso. Però, nonostante Chomsky attacchi molto i media e il modo propagandistico in cui le “democrazie” occidentali (in primis quella americana) costruiscono il consenso anche, se non soprattutto, attraverso il linguaggio, le sue teorie di filosofia del linguaggio sono abbastanza distinte dalle sue analisi e critiche della e sulla società.
La mia ricerca è quindi diversa, in quanto le analisi (meglio, le modalità con cui conduco delle analisi) sulla società che mi circonda derivano dalle mie teorie di filosofia del linguaggio. Teorie che non ho ancora ultimato e che vorrei in uno o due anni far confluire in un saggio. Non ho cominciato a scrivere questo saggio un po’ perché ho bisogno di mettere a punto alcune riflessioni, un po’ perché non ho bene in mente lo stile con cui scriverlo.
Comunque, in estrema sintesi, il fulcro delle mie teorie sta nel fatto che, a mio avviso, le parole acquisiscono significato grazie ad un processo induttivo e che per esigenze pratiche una volta “indotte” l’essere umano le usa in modo deduttivo, cioè l’uomo per esigenze pratiche dimentica la natura induttiva con cui ha creato le parole e le usa in modo deduttivo (illudendosi quindi che le parole abbiano un significato a priori ben delineato) applicandole a contesti più o meno ampi.
I processi innati che sono dietro la facoltà del linguaggio (per usare una terminologia chomskiana) sono a mio avviso da vedersi nella capacità, appunto innata, dell’uomo di individuare proprietà comuni tra le cose, tra i concetti, tra le idee. Come si forma il concetto di colore? L’uomo ha la capacità di individuare delle proprietà comuni tra le mele che ho qui davanti, a cui dà il nome rosso. Questa capacità è innata e per Wittgenstein deve essere stimolata dall’esterno tramite l’addestramento. Per Chomsky invece (se interpreto correttamente il suo pensiero) l’individuazione della proprietà comune a cui diamo il nome rosso, può venire anche da sé senza alcun addestramento dall’esterno.
In alcuni casi verrebbe da dar ragione a Chomsky. Abbiamo parlato del colore rosso, ma cosa dire del concetto “mela”? L’uomo ha la capacità di individuare proprietà comuni a cui sente l’esigenza di dare un unico nome, ad esempio mela. Addirittura ha la capacità di individuare proprietà comuni in modo ancora più ampio. La mela è un oggetto, una cosa. L’uomo ha quindi la capacità di individuare proprietà comuni ancora più ampie a cui dà il nome di “oggetto” o “cosa”. Per le mie teorie il modo in cui si arriva a formulare nomi sostantivati o aggettivi è lo stesso. Il modo in cui arriviamo a definire l’etichetta “mela” o l’etichetta “rosso” è lo stesso.
Quindi il linguaggio nasce dalle capacità innate dell’uomo di individuare proprietà comuni nella realtà. Il grassetto serve ad evidenziare che, a mio avviso, il linguaggio nasce da un’interazione soggetto-realtà. Il processo che porta dalle proprietà comuni ai nomi lo definisco procedimento induttivo.
Una volta indotto il nome “rosso”, l’etichetta “rosso”, l’uomo deduce da quel nome tutta un’altra serie di “rossi”. E si chiede: questa mela che ho qui davanti la posso definire “rossa” o “arancione”? Qui nasce l’illusione. La deduzione, cioè questo passaggio dal nome generale alla realtà particolare è un’illusione. Siamo noi che decidiamo se quella mela arancione rientra nelle proprietà che individuiamo come comuni a cui abbiamo dato il nome di “rosso”.
Il fatto che scientificamente si sia trovata una legge sottostante al colore “rosso” non significa proprio nulla. Quella legge è solo un metodo per individuare le proprietà comuni a cui diamo il nome “rosso”.
L’illusione del procedimento deduttivo è ciò che crea le più grandi polemiche anche a livello di analisi politico-sociali e di vita politico-sociale.
Perché non si sa più cos’è la destra o la sinistra?
Semplicemente perché nella Storia si sono individuate proprietà comuni a cui si è dato il nome di Sinistra o di Destra. Oggi siamo al procedimento deduttivo. Cioè si ha la sensazione o l’idea ben precisa, che le idee e/o le azioni dei partiti di sinistra o di destra non abbiano quelle proprietà comuni a cui abbiamo dato il nome di destra o sinistra. Il punto è che queste parole sono state indotte da processi storici e che non bisogna fissarsi sulle parole per pescare negli attuali processi storici. E’ necessari invece partire sempre dai processi storici attuali, ovviamente con il bagaglio di quelle proprietà comuni che abbiamo individuato nel passato e a cui abbiamo dato i nomi di destra e sinistra, ma non dobbiamo fissarci su quel bagaglio altrimenti rischiamo sempre di non capire e non interpretare la realtà, e di farci poi schiacciare dalla realtà che intanto va per conto suo.
Torniamo alla realtà. Cerchiamo di capire da dove nascono le ragione degli uni o degli altri. Cerchiamo di capire quanto queste ragioni apparentemente diverse tra di loro in realtà hanno delle connessioni. Cerchiamo di capire quali sono le parole indotte che si usano nel linguaggio quotidiano e sulla base delle quali le persone guardano al mondo, sulla base delle quali vivono.
In Italia spesso le polemiche dei politici sono più sulle parole, sulle etichette, su come dedurle , cioè su come applicarle alla realtà, e non sui contenuti, cioè non sulle parole prodotte, indotte da questa realtà che ovviamente affonda le sue radici nel passato. Anche chi fa delle analisi, anche gli intellettuali devono incidere sulla realtà sulla base di “nuove” parole indotte. Ho virgolettato “nuove” perché non voglio intendere nuove di zecca . In alcuni casi potrei individuare proprietà comuni diverse e quindi parole effettivamente nuove, in altri casi potrei avere solo parole rinnovate.
Ripeto, torniamo alla realtà, al presente, ai nostri processi storici. E spero si sia anche capito che ciò non signifcia assolutizzare, isolare il presente. Ed anche se lo volessi fare non ci riuscirei. Nessuno può decidere di isolare, assolutizzare il presente. Il presente è anche passato, ma questo è ovvio.
Ho sempre considerato le mie riflessioni sulla filosofia del linguaggio come la base da cui partire per fondare le mie analisi sulla società. Mi sono quindi avvicinato alla figura di Chomsky come se fosse un personaggio mitico perché lui è un intellettuale profondamente impegnato nella società e credo sia insieme a Wittgenstein il più importante filosofo del linguaggio del secolo scorso. Però, nonostante Chomsky attacchi molto i media e il modo propagandistico in cui le “democrazie” occidentali (in primis quella americana) costruiscono il consenso anche, se non soprattutto, attraverso il linguaggio, le sue teorie di filosofia del linguaggio sono abbastanza distinte dalle sue analisi e critiche della e sulla società.
La mia ricerca è quindi diversa, in quanto le analisi (meglio, le modalità con cui conduco delle analisi) sulla società che mi circonda derivano dalle mie teorie di filosofia del linguaggio. Teorie che non ho ancora ultimato e che vorrei in uno o due anni far confluire in un saggio. Non ho cominciato a scrivere questo saggio un po’ perché ho bisogno di mettere a punto alcune riflessioni, un po’ perché non ho bene in mente lo stile con cui scriverlo.
Comunque, in estrema sintesi, il fulcro delle mie teorie sta nel fatto che, a mio avviso, le parole acquisiscono significato grazie ad un processo induttivo e che per esigenze pratiche una volta “indotte” l’essere umano le usa in modo deduttivo, cioè l’uomo per esigenze pratiche dimentica la natura induttiva con cui ha creato le parole e le usa in modo deduttivo (illudendosi quindi che le parole abbiano un significato a priori ben delineato) applicandole a contesti più o meno ampi.
I processi innati che sono dietro la facoltà del linguaggio (per usare una terminologia chomskiana) sono a mio avviso da vedersi nella capacità, appunto innata, dell’uomo di individuare proprietà comuni tra le cose, tra i concetti, tra le idee. Come si forma il concetto di colore? L’uomo ha la capacità di individuare delle proprietà comuni tra le mele che ho qui davanti, a cui dà il nome rosso. Questa capacità è innata e per Wittgenstein deve essere stimolata dall’esterno tramite l’addestramento. Per Chomsky invece (se interpreto correttamente il suo pensiero) l’individuazione della proprietà comune a cui diamo il nome rosso, può venire anche da sé senza alcun addestramento dall’esterno.
In alcuni casi verrebbe da dar ragione a Chomsky. Abbiamo parlato del colore rosso, ma cosa dire del concetto “mela”? L’uomo ha la capacità di individuare proprietà comuni a cui sente l’esigenza di dare un unico nome, ad esempio mela. Addirittura ha la capacità di individuare proprietà comuni in modo ancora più ampio. La mela è un oggetto, una cosa. L’uomo ha quindi la capacità di individuare proprietà comuni ancora più ampie a cui dà il nome di “oggetto” o “cosa”. Per le mie teorie il modo in cui si arriva a formulare nomi sostantivati o aggettivi è lo stesso. Il modo in cui arriviamo a definire l’etichetta “mela” o l’etichetta “rosso” è lo stesso.
Quindi il linguaggio nasce dalle capacità innate dell’uomo di individuare proprietà comuni nella realtà. Il grassetto serve ad evidenziare che, a mio avviso, il linguaggio nasce da un’interazione soggetto-realtà. Il processo che porta dalle proprietà comuni ai nomi lo definisco procedimento induttivo.
Una volta indotto il nome “rosso”, l’etichetta “rosso”, l’uomo deduce da quel nome tutta un’altra serie di “rossi”. E si chiede: questa mela che ho qui davanti la posso definire “rossa” o “arancione”? Qui nasce l’illusione. La deduzione, cioè questo passaggio dal nome generale alla realtà particolare è un’illusione. Siamo noi che decidiamo se quella mela arancione rientra nelle proprietà che individuiamo come comuni a cui abbiamo dato il nome di “rosso”.
Il fatto che scientificamente si sia trovata una legge sottostante al colore “rosso” non significa proprio nulla. Quella legge è solo un metodo per individuare le proprietà comuni a cui diamo il nome “rosso”.
L’illusione del procedimento deduttivo è ciò che crea le più grandi polemiche anche a livello di analisi politico-sociali e di vita politico-sociale.
Perché non si sa più cos’è la destra o la sinistra?
Semplicemente perché nella Storia si sono individuate proprietà comuni a cui si è dato il nome di Sinistra o di Destra. Oggi siamo al procedimento deduttivo. Cioè si ha la sensazione o l’idea ben precisa, che le idee e/o le azioni dei partiti di sinistra o di destra non abbiano quelle proprietà comuni a cui abbiamo dato il nome di destra o sinistra. Il punto è che queste parole sono state indotte da processi storici e che non bisogna fissarsi sulle parole per pescare negli attuali processi storici. E’ necessari invece partire sempre dai processi storici attuali, ovviamente con il bagaglio di quelle proprietà comuni che abbiamo individuato nel passato e a cui abbiamo dato i nomi di destra e sinistra, ma non dobbiamo fissarci su quel bagaglio altrimenti rischiamo sempre di non capire e non interpretare la realtà, e di farci poi schiacciare dalla realtà che intanto va per conto suo.
Torniamo alla realtà. Cerchiamo di capire da dove nascono le ragione degli uni o degli altri. Cerchiamo di capire quanto queste ragioni apparentemente diverse tra di loro in realtà hanno delle connessioni. Cerchiamo di capire quali sono le parole indotte che si usano nel linguaggio quotidiano e sulla base delle quali le persone guardano al mondo, sulla base delle quali vivono.
In Italia spesso le polemiche dei politici sono più sulle parole, sulle etichette, su come dedurle , cioè su come applicarle alla realtà, e non sui contenuti, cioè non sulle parole prodotte, indotte da questa realtà che ovviamente affonda le sue radici nel passato. Anche chi fa delle analisi, anche gli intellettuali devono incidere sulla realtà sulla base di “nuove” parole indotte. Ho virgolettato “nuove” perché non voglio intendere nuove di zecca . In alcuni casi potrei individuare proprietà comuni diverse e quindi parole effettivamente nuove, in altri casi potrei avere solo parole rinnovate.
Ripeto, torniamo alla realtà, al presente, ai nostri processi storici. E spero si sia anche capito che ciò non signifcia assolutizzare, isolare il presente. Ed anche se lo volessi fare non ci riuscirei. Nessuno può decidere di isolare, assolutizzare il presente. Il presente è anche passato, ma questo è ovvio.
lunedì 24 settembre 2007
Manifesti
Peccato, ieri l'altro ho perso un'occasione.
Ero giù di morale e così non ho assistito alla manifestazione del Comitato Pro Ospedale e non ho ascoltato il comizio. Mi piacerebbe avere maggiori informazioni su questo problema. Recupererò.
In Piazza Castello invece c'era la festa della Rinascita, cioè dei Comunisti Italiani. Ho ascoltato solo i primi interventi. Puntuale e pulito quello di Enzo Briscese. Per il resto non mi è piaciuto molto il modo di porre problemi e spunti di riflessione. Il linguaggio usato è troppo autoreferenziale e piuttosto retorico.
I politici devono utilizzare un linguaggio diverso. Non dico che debba essere per forza più semplice ma diverso. Un linguaggio che faccia sentire che dietro le parole c'è un pensiero "vivo", c'è un'anima. Si deve respirare aria di vita in quello che si ascolta.
Penso anche al linguaggio dei manifesti. E' proprio necessario essere sempre così "terra terra" con il rischio poi dire cose grossolane?
Su un manifesto del Comitato Pro Ospedale è scritto: BASTA CON LE FALSE PROMESSE MAI MANTENUTE.
Qualcuno mi può spiegare come si fanno a mentenere le FALSE promesse? O si scrive "basta con le false promesse" o si scrive "basta con le promesse mai mantenute". Ma come si fanno a mantenere delle promesse che sono false?
Oppure ho letto: NOI CITTADINI DELL'AREA SANITARIA
Che significa quest'espressione? Area sanitaria de che? Ma forse su questo sono ignorante io. Secondo me era sufficiente scrivere "noi cittadini" e basta.
Anche il manifesto dei Comunisti Italiani non mi è piaciuto: PENSIONI, NON VA!
Che modo di esprimersi è questo? Mi sembra di sentire un commento calcistico di Piccinini ad un tiro calciato fuori.
Come dice Nanni Moretti in Palombella Rossa: "Ma come parla? Le parole sono importanti ".
La prossima volta spero di essere meno triste per quindi partecipare alle pubbliche iniziative, ascoltare un po' di più e potermi concentrare anche sui contenuti.
Ero giù di morale e così non ho assistito alla manifestazione del Comitato Pro Ospedale e non ho ascoltato il comizio. Mi piacerebbe avere maggiori informazioni su questo problema. Recupererò.
In Piazza Castello invece c'era la festa della Rinascita, cioè dei Comunisti Italiani. Ho ascoltato solo i primi interventi. Puntuale e pulito quello di Enzo Briscese. Per il resto non mi è piaciuto molto il modo di porre problemi e spunti di riflessione. Il linguaggio usato è troppo autoreferenziale e piuttosto retorico.
I politici devono utilizzare un linguaggio diverso. Non dico che debba essere per forza più semplice ma diverso. Un linguaggio che faccia sentire che dietro le parole c'è un pensiero "vivo", c'è un'anima. Si deve respirare aria di vita in quello che si ascolta.
Penso anche al linguaggio dei manifesti. E' proprio necessario essere sempre così "terra terra" con il rischio poi dire cose grossolane?
Su un manifesto del Comitato Pro Ospedale è scritto: BASTA CON LE FALSE PROMESSE MAI MANTENUTE.
Qualcuno mi può spiegare come si fanno a mentenere le FALSE promesse? O si scrive "basta con le false promesse" o si scrive "basta con le promesse mai mantenute". Ma come si fanno a mantenere delle promesse che sono false?
Oppure ho letto: NOI CITTADINI DELL'AREA SANITARIA
Che significa quest'espressione? Area sanitaria de che? Ma forse su questo sono ignorante io. Secondo me era sufficiente scrivere "noi cittadini" e basta.
Anche il manifesto dei Comunisti Italiani non mi è piaciuto: PENSIONI, NON VA!
Che modo di esprimersi è questo? Mi sembra di sentire un commento calcistico di Piccinini ad un tiro calciato fuori.
Come dice Nanni Moretti in Palombella Rossa: "Ma come parla? Le parole sono importanti ".
La prossima volta spero di essere meno triste per quindi partecipare alle pubbliche iniziative, ascoltare un po' di più e potermi concentrare anche sui contenuti.
mercoledì 19 settembre 2007
Dialetto ed italiano
Quando sento i miei genitori parlare in dialetto penso che loro non hanno bisogno di cercare la parola giusta, non hanno bisogno di preoccuparsi della costruzione della frase, parlano in modo del tutto spontaneo.
Quando io parlo in italiano cerco di esprimermi in modo fluido, impostando correttamente la frase, trovando la parola adeguata. Ma i miei genitori no. A loro viene tutto in modo automatico e spontaneo.
Mi chiedo, cosa significa ciò? Credo che significhi che il dialetto sia per loro uno strumento di comunicazione che fa tutt'uno con il loro essere in sé e nel mondo. Anzi, forse è proprio il dialetto che fa del loro essere in sé allo stesso tempo un essere nel mondo. Per me invece l'italiano è come una cassetta degli attrezzi in cui trovare quello migliore per esprimermi in modo corretto. Quindi non c'è immediatamente identificazione tra la lingua che parlo, l'italiano, e la mia cultura, la mia persona, il mio essere in sé e nel mondo. E' un problema?
Secondo me lo è se in questa cassetta degli attrezzi peschiamo a caso o in modo superficale e poco adeguato. Quando parliamo dobbiamo essere bravi ad usare le parole che esprimono bene il nostro pensiero e il nostro modo di essere, di pensare, di vivere. Solo così possiamo fare in modo che la nostra lingua ci rappresenti, cioè rappresenti noi stessi, la nostra persona, anche se non immediatamente come nel caso dei miei genitori con il dialetto. Altrimenti il nostro parlare risulta vacuo, superficiale, e noi siamo sempre più alienati da noi stessi prima ancora che dal contesto esterno e dagli altri.
Quando io parlo in italiano cerco di esprimermi in modo fluido, impostando correttamente la frase, trovando la parola adeguata. Ma i miei genitori no. A loro viene tutto in modo automatico e spontaneo.
Mi chiedo, cosa significa ciò? Credo che significhi che il dialetto sia per loro uno strumento di comunicazione che fa tutt'uno con il loro essere in sé e nel mondo. Anzi, forse è proprio il dialetto che fa del loro essere in sé allo stesso tempo un essere nel mondo. Per me invece l'italiano è come una cassetta degli attrezzi in cui trovare quello migliore per esprimermi in modo corretto. Quindi non c'è immediatamente identificazione tra la lingua che parlo, l'italiano, e la mia cultura, la mia persona, il mio essere in sé e nel mondo. E' un problema?
Secondo me lo è se in questa cassetta degli attrezzi peschiamo a caso o in modo superficale e poco adeguato. Quando parliamo dobbiamo essere bravi ad usare le parole che esprimono bene il nostro pensiero e il nostro modo di essere, di pensare, di vivere. Solo così possiamo fare in modo che la nostra lingua ci rappresenti, cioè rappresenti noi stessi, la nostra persona, anche se non immediatamente come nel caso dei miei genitori con il dialetto. Altrimenti il nostro parlare risulta vacuo, superficiale, e noi siamo sempre più alienati da noi stessi prima ancora che dal contesto esterno e dagli altri.
lunedì 17 settembre 2007
Come si giudica l'operato di una Giunta Comunale?
(E' una domanda valida anche a livello di politica nazionale.)
Come si giudica una Giunta Comunale?
Io non so niente di politica venosina perché non me ne sono mai interessato. Non fatemi trovare giustificazioni (grande problema culturale degli italiani è quello di voler giustificare sempre ogni propria azione o comportamento). Non me ne sono mai interessato. Punto.
Ma da qualche giorno frequento il blog http://www.ca-gi.it/ in cui si parla molto di politica venosina e mi sembra di capire che c'è molto malcontento sull'operato della Giunta attuale. Mi chiedo, perchè?
Non hanno rispettato il programma elettorale? (dove posso trovare una copia?)
Non hanno mantenuto le promesse? (ma le promesse non sono scritte in un programma elettorale? ripeto, dove posso trovare una copia?)
Oppure sul programma erano definite cose in modo troppo generale ed allora si sono create delle aspettative poi disattese?
Oppure gli elettori immaginavano che avrebbero realizzato delle cose (anche se non sono state mai scritte da nessuna parte) che poi non sono state fatte?
Oppure si critica la condotta morale?
Oppure sono state fatte cose che si sono ritenute negative?
Un'affermazione che non ho mai ben visto è la seguente: "Non hanno fatto niente".
Non mi piace. Mi piacerebbe sentire: "Non hanno fatto niente di quello che hanno detto o promesso".
A questo punto io continuerei a chiedere dove sono scritte le cose dette o promesse. Se non in un programma elettorale pre-elezioni, si trovano forse in un programma post-elettorale.
insomma prima di valutare le cose fatte, un cittadino dovrebbe essere in grado di poter valutare le cose dette o promesse. E quindi confrontare le cose fatte con quelle dette o promesse.
PS: un'altra domanda che mi pongo è questa: come si fa a valutare se un paese come Venosa sta meglio rispetto agli anni precedenti in termini sociali, economici, culturali, ambientali, sanitari, occupazionali, ecc.? con dati obiettivi? (attenzione però, non voglio sostituire l'analisi "qualitativa" con i numeri. mi riferisco a dati di supporto ad un'analisi di tipo sociologico, economico, culturale, politico)
Come si giudica una Giunta Comunale?
Io non so niente di politica venosina perché non me ne sono mai interessato. Non fatemi trovare giustificazioni (grande problema culturale degli italiani è quello di voler giustificare sempre ogni propria azione o comportamento). Non me ne sono mai interessato. Punto.
Ma da qualche giorno frequento il blog http://www.ca-gi.it/ in cui si parla molto di politica venosina e mi sembra di capire che c'è molto malcontento sull'operato della Giunta attuale. Mi chiedo, perchè?
Non hanno rispettato il programma elettorale? (dove posso trovare una copia?)
Non hanno mantenuto le promesse? (ma le promesse non sono scritte in un programma elettorale? ripeto, dove posso trovare una copia?)
Oppure sul programma erano definite cose in modo troppo generale ed allora si sono create delle aspettative poi disattese?
Oppure gli elettori immaginavano che avrebbero realizzato delle cose (anche se non sono state mai scritte da nessuna parte) che poi non sono state fatte?
Oppure si critica la condotta morale?
Oppure sono state fatte cose che si sono ritenute negative?
Un'affermazione che non ho mai ben visto è la seguente: "Non hanno fatto niente".
Non mi piace. Mi piacerebbe sentire: "Non hanno fatto niente di quello che hanno detto o promesso".
A questo punto io continuerei a chiedere dove sono scritte le cose dette o promesse. Se non in un programma elettorale pre-elezioni, si trovano forse in un programma post-elettorale.
insomma prima di valutare le cose fatte, un cittadino dovrebbe essere in grado di poter valutare le cose dette o promesse. E quindi confrontare le cose fatte con quelle dette o promesse.
PS: un'altra domanda che mi pongo è questa: come si fa a valutare se un paese come Venosa sta meglio rispetto agli anni precedenti in termini sociali, economici, culturali, ambientali, sanitari, occupazionali, ecc.? con dati obiettivi? (attenzione però, non voglio sostituire l'analisi "qualitativa" con i numeri. mi riferisco a dati di supporto ad un'analisi di tipo sociologico, economico, culturale, politico)
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